È una delle opere più belle e originali del nostro patrimonio artistico. Una di quelle opere di cui andare fieri e la cui conoscenza sarebbe necessario diffondere il più possibile.

Parliamo del Cenacolo in marmo policromo, eseguito alla fine del Cinquecento per l'Altare del Santissimo Sacramento della chiesa madre di Monforte San Giorgio, restaurato di recente sotto l'attenta supervisione della Soprintendenza ai Beni culturali di Messina.
Un recupero importante, sottolinea Grazia Musolino, responsabile dell'Unità operativa 12 della Soprintendenza ai Beni culturali di Messina, che non solo rende fruibile un importantissimo e complesso apparato scultoreo di stile manieristico, ma che mette in luce il gusto di una committenza ecclesiastica provinciale molto informata su quanto accade nel mondo artistico romano e in altri centri italiani.
Pur individuando i precedenti di questa opera nelle grandi custodie gaginiane, pensiamo alla grande tribuna del Duomo di Palermo, realizzata da Antonello Gagini, iniziata nel 1515 e finita nel 1570, e alla poderosa "cona" di Petralia Sottana nella chiesa della Badia attribuita a Giandomenico Gagini (1543), il Cenacolo di Monforte offre motivi di grande originalità perché non ce ne sono altri in Sicilia. L'unica opera che le si può avvicinare è un altare realizzato per la Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma e di cui ora non resta traccia. Tramite tra le due realizzazioni si pensa sia stato il famoso gesuita Stefano Tuccio che certamente venne a contatto con l'opera romana e che a giudizio di molti ebbe un ruolo decisivo nella commissione dell'altare monfortese. Ma di questo diremo dopo.
Il Cenacolo è inserito all'interno di quella che può chiamarsi, scrive Grazia Musolino, una grande formella delimitata ai lati da una coppia di semicolonne con capitelli ionici impostate su un doppio ordine di dadi su cui si trovano due leoni stilofori, simbolo della verità della chiesa pronta ad aggredire l'eresia.
All'interno della struttura, dicevamo, si apre la sala rettangolare del Cenacolo, nel quale sulle tre pareti sono stati scolpiti i dodici apostoli, realizzati ad alto rilievo e con le teste a tutto tondo e le spalle affrancate dal fondo. Al centro, in conformità alle indicazioni delle fonti, Giovanni, il discepolo prediletto, si accosta a Gesù poggiando la testa sulla mensa. Accanto siede Giuda con in mano il sacchetto delle monete. La stanza, poi, è caratterizzata dai raffinati ornati fitomorfi delle pareti e dalla cromia intensa dei riquadri del tetto.
Ma chi lo ha realizzato? Fino a non molto tempo fa veniva attribuito in ragione dello stile di derivazione michelangiolesca allo scultore e architetto Jacopo del Duca, nato a Cefalù (1520-1601), allievo e collaboratore di Michelangelo Buonarroti, attivo a Messina dal 1589, chiamato dal Senato per sostituire Andrea Calamech nella carica di ingegnere di Messina.
Grazia Musolino, con la quale concorda anche la studiosa Alessandra Migliorato, ritiene invece, dopo ulteriori esami dell'opera, che essa sia uscita dalla importante bottega avviata a Messina dallo scultore carrarese Andrea Calamech (1524-1589) assieme al fratello Domenico.
«Nell'impostazione generale - scrive la Musolino - le sculture del Cenacolo s'inseriscono chiaramente nel solco degli esempi montorsoliani, e risentono direttamente delle concezioni e degli stilemi realizzati dallo scultore toscano nell'Apostolato del Duomo e in altre opere a lui attribuite».
Ad avvalorare la tesi che l'opera è del Calamech e della sua bottega esiste un documento, rinvenuto da Gaetano La Corte Cailler, che registra un pagamento nel 1561 a Domenico Calamech per l'esecuzione di una Custodia Eucaristica. («A 7 ottobre 1561 magister Dominicus Calamech, marmorarius c.m. riceve dal sac. Antonio Pulejo onze 7, tarì 27 e grana 8 in computo unius custodie marmoree corporis xsti intra Montis Fortis»). Ed anche se l'opera porta impressa una data ben più tarda, il 1596, questo non esclude che si tratta della stessa custodia. Anzi, proprio durante i lavori di restauro è stata trovata la traccia di una iscrizione precedente, oggi indecifrabile, che porta a supporre più fasi esecutive.
«Non deve stupire - scrive Alessandra Migliorato, nel suo libro Una maniera molto graziosa, pubblicato da Magika -, che la sua realizzazione sia avvenuta in più riprese anche perché è possibile individuare qualche differenza tra le diverse parti, pur nell'ambito di un'unità di concezione».
Per la Migliorato l'impostazione generale dell'opera è di Andrea Calamech, mentre alla fase esecutiva avrebbe partecipato tutta la sua bottega.
Tornando al padre gesuita Stefano Tuccio, il quale era originario di Monforte San Giorgio, diciamo che si tratta di una figura ecclesiastica d'altissimo profilo, che non fu solo un raffinato teologo, ma anche un brillante umanista e autore di rappresentazioni sacre e profane.
Tra il 1562 e il 1569 compose e mise in scena ben sei drammi in latino, che furono rappresentate a Messina con grande successo di pubblico. domenico Gallo nei suoi annali non tralascia di sottolineare le sue non comuni doti di poeta e filosofo.
Della sua dottrina si avvalsero Gregorio XIII, Sisto V e soprattutto Papa Clemente VIII, legato all'illustre gesuita da una grande affetto a da un'incondizionata stima.
Marcello Mento sulla "Gazzetta del Sud"


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