
Dalla Gazzetta del Sud del 2 settembre 2007
Adagiato su un colle del versante tirrenico dei Peloritani è Monforte San Giorgio, ridente paese agricolo di lontane origini.La sua storia affonda nel tempo; la comunità che lo anima può ancora vantare un invidiabile patrimonio di tradizioni e d'arte. Guglielmo Scoglio, ingegnere elettronico e cultore di storia per vocazione, proprio a Monforte San Giorgio, suo paese natale, ha dedicato più di un volume. In particolare, nel 1987 ha pubblicato la prima parte di uno studio sull'epoca medievale monfortese, fino alla morte, nel 1189, di Guglielmo II. Adesso propone ai lettori la seconda parte di quel lavoro, sotto il titolo Monforte San Giorgio e il suo territorio nel Medioevo (Editrice Uni Service, di Trento), dove sono considerati i secoli compresi tra l'avvento della dominazione sveva e l'età dei Martini. L'autore guarda alla storia del paese tenendo ben presente il quadro generale della storia siciliana. Né potrebbe essere diversamente, per leggere e valutare nel modo giusto le vicende locali. Il discorso, dunque, si svolge ad ampio respiro, con rigore cronologico e secondo i dettami della storiografia. L'attenta analisi delle fonti scritte (indispensabile!) si desume dal notevole numero di documenti d'archivio integralmente riportati nel volume. Ed il ricorso alla letteratura storica – allo stesso modo irrinunciabile per chi voglia scrivere la storia – è testimoniato dall'apparato bibliografico, veramente apprezzabile. Appropriate anche le numerose note a piè di pagina.
Scoglio mette naturalmente in chiaro la parte che ebbe il paese peloritano nell'esteso periodo preso in esame. In primo luogo egli insiste sull'importanza strategica del castello di Monforte (il cui impianto originario è da ritenersi anteriore all'età federiciana) «per il controllo delle strade e del mare». Tanto che tutti i regnanti – dagli svevi, agli angioini, agli aragonesi... – badarono a conservarne il controllo. La presenza frequente, e non sempre secondaria, di Monforte nel Medioevo siciliano è peraltro confermata dai documenti pubblicati, concernenti l'arco temporale delimitato dagli anni 1104 e 1339.
Un paragrafo che vogliamo citare è quello sulla «grecità» di Monforte, segnatamente durante i secoli XIII e in parte, XIV, che interessava – osserva l'autore – «sia gli aspetti civili sia quelli religiosi del paese». Le quattro chiese del centro abitato erano allora affidate a sacerdoti greci, che prevalevano numericamente anche nelle diverse chiese del circondario. La lingua che vi si parlava era quella greca. Ed il greco, infatti «ha lasciato a Monforte un'importante traccia sia nella toponomastica, sia nei cognomi e nel linguaggio comune».
Degne di rilievo le precisazioni sulla rete delle strade medievali che toccavano Monforte, e sull'agricoltura; nella cui pratica i monfortesi – a giudizio unanime – si distinguevano per impegno e capacità, favoriti dalla fertilità e dalla felice esposizione delle campagne.
Antonino Sarica
Da "Peloro 2000", Gennaio / Febbraio 2008
Guglielmo Scoglio, dopo gli studi classici a Messina, ha frequentato la facoltà di ingegneria conseguendo la laurea in Ingegneria elettronica e la relativa abilitazione professionale. Sceglie di dedicarsi all'insegnamento presso gli istituti tecnico -professionali statali. Risiede ad Udine, ma, pur vivendo lontano, è impegnato nell'animazione culturale di Monforte, aprendo la strada a studi sistematici sulla sua storia e ha dato vita, insieme ad altri compaesani, ad una comunità virtuale di Monfortesi sparsi nel mondo, la Cyber community 'Triends and Sons of Monforte San Giorgio"
(http://www.monfortesi.it). Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Sul territorio di Monforte: San Giorgio nell'antichità (1982); Letterio Scoglio, Una vita per la scuola (1994); Monforte San Giorgio e il suo territorio nel Medioevo ? Prima parte (1987); Madonne a Monforte San Giorgio (1992).
Per l'Editrice UNI Service, ha pubblicato, nel maggio 2007, la Parte Seconda de: "Monforte San Giorgio e il suo territorici nel Medioevo" per favorire "una maggiore conoscenza ed una riflessione sulle tracce della nostra storia medievale che ancora ci restano." "Sono trascorsi esattamente vent'anni ? scrive Guglielmo Scoglio nella presentazione ? da quando, nel 1987, ho dato alle stampe il primo volume della storia medievale di Monforte. Facendo un consuntivo dei frutti di questa mia fatica rilevo con piacere che alcuni degli aspetti da me allora evidenziati sono ormai entrati nel patrimonio della comunità monfortese.
Il volume è presente su google libri
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Padre Stefano Tuccio S. I.
Un gesuita tra la Sicilia e Roma nell’epoca della Controriforma

Sono stati pubblicati nel febbraio 2008 per i tipi dell’Associazione culturale Noialtri, gli atti del convegno di studi Padre Stefano Tuccio S. I. Un gesuita tra la Sicilia e Roma nell’epoca della Controriforma. Il Convegno, nato da un'idea di. Giuseppe Gullo, organizzato dall’Amministrazione Comunale di Monforte San Giorgio e dalla Confraternita di Gesù e Maria con il patrocinio dell’Università di Messina, si era svolto a Monforte nei giorni 24- 25 agosto 2006 e aveva riunito i più accreditati studiosi del Gesuita monfortese provenienti dalle Università di Roma “La Sapienza”, di Palermo, di Messina e dall’Istituto Ignatianum pure di Messina. Tra di essi un ruolo di spicco ha avuto Mirella Saulini che ha curato il pregevole volume di 150 pagine contenente le seguenti relazioni: Agrippino Pietrasanta S. J.: Saluto e presentazione di Stefano Tuccio; Franca Angelini: Il teatro dei Gesuiti nel teatro del Seicento; Michela Sacco Messineo: Il teatro dei Gesuiti in Sicilia; Giovanni Isgrò: Gli esordi del teatro gesuitico in Sicilia: dal dialogo drammatico alla festa barocca; Mirella Saulini: Elementi del tragico nel teatro del padre Stefano Tuccio S. J.; Leonardo Fuduli: La famiglia Tuccio nel territorio di Monforte tra Quattrocento e Cinquecento; Giuseppe Cannata: Archeologia della memoria. Paesaggi siciliani nel Cinquecento; Mirella Saulini: Padre Stefano Tuccio S. J. oratore a Roma; Rosario Moscheo: Radici siciliane e formazione filosofico?scientifica di Stefano Tuccio; Grazia Musolino: L’altare del SS. Sacramento della Chiesa Madre di Monforte San Giorgio: soluzioni iconografiche ed allegorie spirituali, riflessioni ed ipotesi su un possibile contributo di Stefano Tuccio.
Nell’introduzione la Saulini definisce Stefano Tuccio un uomo dalla personalità complessa e dalla cultura non soltanto teologica, vastissima, attivo in campi diversi, particolarmente nella predicazione e nell’insegnamento per cui non stupisce che sia stato scelto a pronunciare, il 17 aprile 1585, di fronte al Sacro Collegio dei Cardinali, l'orazione funebre per il Papa Gregorio XIII; precisa che fu drammaturgo tra i più significativi nell' ambito del teatro gesuitico: basti pensare al suo Christus Iudex, un'opera più volte rappresentata, anche fuori d'Italia e sempre con grandissima partecipazione di pubblico. La docente ci ricorda che nel 1583 Tuccio fu chiamato dal Generale della Compagnia di Gesù, padre Claudio Acquaviva, a far parte della commissione internazionale dei padri incaricati di redigere la Ratio atque institutio studiorum S. J.. Nel corso del Convegno è stato ricordato il monfortese padre Giuseppe Giorgianni, il quale fu il primo a riprendere gli studi su Tuccio, dopo che Giorgio Calogero, anche lui di Monforte, nel 1919 aveva pubblicato una monografia sul gesuita.
La lettura degli atti permette di conoscere i nuovi studi sulla personalità di Tuccio, sugli ambienti che aveva frequentato, sulle opere teatrali, sulle orazioni da lui scritte e sul suo apporto alla diffusione della cultura grazie ai suoi imponenti contributi alla stesura definitiva della Ratio studiorum.
Dalla lettura del volume si apprende che Stefano Tuccio, nato a Monforte nel 1540, lo stesso anno in cui Ignazio de Loyola fondava la Compagnia di Gesù, divenne gesuita nel 1557, a 17 anni, assieme ad altri tre monfortesi, un giovane ventenne e due sacerdoti di età matura. I due giovani sono definiti negli atti della Compagna “in litere humane et molto più nelle virtù introdotti”, mentre dei sacerdoti si dice che “ benchè in litere siano poco prodotti sono però in bontà de vita sì santi che è peccato vivere fuora della religione”. Il reclutamento dei quattro monfortesi fu fatto da padre Luis de Ungria , venuto a Monforte per curarsi poiché il nostro paese era particolarmente rinomato per la sua aria salubre; durante il suo soggiorno riuscì a infiammare il cuore di molta gente verso la Compagnia tra cui particolarmente i quattro che si fecero gesuiti. Questa risposta generosa alla chiamata della Chiesa è stata sempre una costante di Monforte: il nostro paese anche in tempi recenti ha visto un fiorire di vocazioni religiose serie e motivate.
Tra le notizie interessanti, il volume ci ricorda che in tutto il secolo XVI, particolarmente nella seconda metà, le coste siciliane soffrirono delle razzie dei musulmani che trovarono un momento di pausa solo dopo la vittoria della Santa Lega a Lepanto nel 1571. E Messina ebbe un notevole ruolo nel grande scontro navale essendosi radunate presso il suo porto, per ben due volte nello spazio di un mese, tutte le flotte una volta in partenza e l’altra di ritorno. Il pericolo musulmano rendeva fortemente viva e attuale la memoria della liberazione della Sicilia dalla dominazione saracena operata dai Normanni e ad animare questo sentimento contribuirono i gesuiti con opere teatrali; ad esempio, nel 1594 fu rappresentata, ad opera di un gesuita anonimo, la tragedia Messana liberata in cui tre nobili messinesi chiamano in aiuto Ruggero, ricorrente eroe dei drammi ambientati in periodo normanno, perché li difenda dai dominatori arabi che conculcano la popolazione messinese. Va riconosciuto, dunque, ai Gesuiti il ruolo di aver rilanciato attraverso il teatro, in forma epica e leggendaria la memoria normanna .Questo mi induce a pensare che anche la tradizione della Katabba, tuttora viva nel nostro paese e che risale al periodo normanno, possa avere avuto uno sviluppo teatrale più articolato grazie all’apporto di uno dei quattro gesuiti monfortesi, forse dello stesso Tuccio.
Una caratteristica legata al teatro di Tuccio è quella di proporsi obiettivi educativi. Nelle sue tragedie il morire non ha in sé nulla di tragico; la morte cristiana non va allontanata ma va addirittura vissuta, dal momento che essa non è la fine, ma un passaggio: gioioso, se apre le porte alla beatitudine, tragico se le apre alla dannazione L’immagine del peccatore che muore e la parola che la accompagna ed evoca la punizione eterna serve a Tuccio per suscitare il terrore della dannazione.
Altro argomento trattato nel volume riguarda il ceto sociale a cui apparteneva il gesuita; ci si chiede cioè se appartenesse alla famiglia di Ranerio Tuccio, giurato nel 1512 e nel 1513, di Federico nel 1531, di Ranerio giudice nel 1503, di Ranerio notaio nel 1550 o se invece le sue origini fossero umili come affermava Giorgio Calogero nel suo lavoro. Certo è che la “rozzezza” di Tuccio rilevabile sia nel fisico sia nel modo stesso di esprimersi (nella presenza e nel parlare un poco rustico... ha bona habilità nelle lettere) che il rettore di Messina dell’epoca, Pantaleone Rodinò gli attribuisce, può essere stata determinante per l’attribuzione di una collocazione sociale nelle classi subalterne.
Per quanto riguarda l’altare del SS. Sacramento della Chiesa Madre di Monforte un contributo interessante è offerto da Grazia Musolino che ritiene possibile che Tuccio abbia suggerito ai deputati e al rettore la particolare tipologia del complesso parietale legata ai temi eucaristici dell’altare tra cui la finitura policroma particolarmente accurata nel decoro a girali fitomorfi delle semicolonne, che include, per le implicazioni simboliche legate al tema della morte e della resurrezione, il piacevole bestiario formato da topi, corvi, civette, lumache, tartarughe ecc. e le cinque scenette dipinte sulla trabeazione, alternate ad iscrizioni legate agli episodi del Vecchio Testamento tutte rigorosamente propedeutiche all'evento principale dell'Ultima Cena e al mistero dell'Eucarestia; esse comprendono l'episodio di Melchisedek (con copricapo a forma di mitra) che offre il pane e il calice di vino ad Abramo al cospetto dei soldati; l'ultima cena degli ebrei consumata prima di partire per la terra promessa; Mosè che nell'accampamento ordina la raccolta della manna; il ritorno degli esploratori da Canaan con appeso al bastone il grande grappolo d'uva; infine, Elia nel deserto mentre l'angelo gli porta da mangiare.
Il volume degli atti del Convegno ha il merito di riunire tutti gli studi più recenti sulla figura e l’opera di Stefano Tuccio per quanto riguarda i settori più importanti della sua attività. L’unica lacuna che mi sento di rilevare riguarda l’assenza di relazioni sulla teologia di padre Tuccio ed in particolare sulle sue posizioni nei confronti della predestinazione che il gesuita monfortese aveva espresso nella sua Disputatio de predestinatione. Mi auguro che questa lacuna possa essere colmata successivamente in un nuovo convegno sul nostro illustre concittadino. Guglielmo Scoglio
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Jolanda Insana
La tagliola del disamore

Non ho mai commentato un libro di poesia, non ne possiedo gli strumenti, mi riesce molto difficile farlo e tuttavia la lettura del recente volume di Jolanda Insana "La tagliola del disamore" (Garzanti, pp. 140, euro 16.50) mi ha fortemente stimolato a esprimere i sentimenti che essa in me ha suscitato. Conoscevo già alcune poesie in esso contenute che erano state lette dalla stessa prof.ssa Insana il 13 agosto 2003 quando, graditissima ospite della Cyber Community "Friends and Sons of Monforte San Giorgio", aveva ritirato nella piazza del Paese il "Premio speciale alla cultura" .
Allora i Monfortesi presenti alla cerimonia avevano fortemente percepito che le poesie lette oltre a riferirsi alla storia personale della poetessa, evocavano un ambiente familiare, sentimenti condivisi e toccavano profondamente le corde del loro cuore.
Adesso siamo in grado di conoscere anche il contesto in cui le poesie sono inserite: sono i primi tre poemetti, degli otto di cui si compone il volume, quelli che ricordano il nostro Paese, a cui la madre era legatissima e dove la famiglia Insana si era trasferita durante l'ultima guerra mondiale quando Messina era stata violentemente bombardata dagli Angloamericani. Portano il titolo " La pietanza votiva", "Più non si riconcilierà Abele e Caino", "Mai sentito tanto freddo".
Il libro è dedicato al poeta Giovanni Raboni ma la grande protagonista di esso è la madre di cui la poetessa ha uno struggente ricordo e verso cui manifesta sentimenti di stima, ammirazione ("con la pioggia e la canicola/il solleone e la tramontana/ogni giorno dal paese scendeva/al podere nella fiumara di Monforte/granaio e orto/frutteto e pollaio" p. 17), gratitudine. Le prime pagine sono dedicate ad un racconto fatto a Jolanda dalla madre che aveva profondamente turbato lei allora "piccola, più piccola di lei" : all'età di undici anni, nel 1918, la madre aveva visto con dolore gli ammalati di spagnola avviarsi "strascinando ognuno il proprio fardello" all'isolamento a cui erano stati destinati sul colle ai cui piedi giace l'abitato di Monforte san Giorgio, il colle dell'Immacolata, "la via Crucis dei giorni di Pasqua / con il Golgota in cima", aveva vissuto la passione di Cristo in quella dei fratelli malati.
Ed è proprio la religiosità paesana il dato più evidente di questi primi poemetti, quella religiosità che permetteva a tante donne del paese, su cui spesso gravava in tutto o in parte il peso della famiglia, di andare avanti nonostante ristrettezze, umiliazioni, difficoltà, dolori. Così trovano posto nel volume le fiduciose preghiere e i pellegrinaggi: "e per la luce degli occhi/ fa voto alla vergine che a Siracusa/mostra i più bei reliquiari mai visti" (p. 18); "nella madre adorava il figlio crocifisso/ a ogni rintocco dell'Ave /il sospiro profondo di chi boccheggia/e un verso di salmo/ così affidava alla madre le angustie" (p. 14); "più non si incamminerà di notte/ per il pellegrinaggio alla Madonna Nera/ o al santuario dell'Antennammare/ e non accenderà candele contro il male " (p.32) ; "più non sentirà la Katabba di sant'Agata /e più non fa la novena" (p.37).
Anche il latino delle preghiere storpiato dalle donne monfortesi si risolve nel volume in un testo pregnante di sentimenti : "non pregherà più / la sua requie materna in pace / non riconduce più il latino / al grembo della madre / con le sillabe affrante del cuore" (p. 30).
Sono ricordate anche antiche tradizioni religiose paesane trasformate dalla Insana in rito familiare: "solo con il pensiero potrebbe/ disporre lenticchie nel piatto con l'acqua/ e riporle nel chiuso dell'armadio/ perché germoglino senza verde / e sarò io per il giovedì santo di questa Pasqua/ a fare sepolcro di esili pallidi steli/ e apparecchiare per il suo altare" (p. 42).
Si incontrano i momenti conviviali legati alle feste liturgiche: "più non riconcilierà Abele e Caino/e a Pasqua non cucinerà l'agnello/ per i figli che tornano a casa" (p. 30) - "non é digiuno/quello che ci impone/ ma non si mangia pane né pasta nel giorno di santa Lucia" - " mi restano le tende alle finestre/ e le tovaglie ricamate per la tavola delle feste" (p. 43).
La lettura di molte poesie mi ha emozionato ma mi hanno particolarmente commosso quelle che mi hanno fatto andare col pensiero a mia madre, anche lei legatissima a Monforte, anche lei costretta per motivi familiari ad allontanarsi dal Paese: "voglio morire diceva/...../ so invece che non voleva morire/ e sognava di tornare allo sprofondo / del fondachello dove mette fiori e frutti/ il ciliegio maiatico della sua infanzia (p. 22) - "sarà lì dove correva ragazza/ e a maggio spicchiava arance amare" (p. 35). Anch'io provo, come la poetessa, il bisogno di custodire con cura religiosa, quasi fossero reliquie, oggetti e stracci di mia madre: "ho rovesciato il sacco e ripasso i brandelli di una vita...e non riesco a buttare nessuna della sue cose" (p. 46).
Esprimo di cuore un grazie alla professoressa Insana per aver tradotto in versi con rara sensibilità ed efficacia sentimenti profondi che condivido ma che mai avrei saputo esternare.
Dalla lettura delle sue poesie ho colto un messaggio di ordine generale, una lezione di vita : affrontare l'esistenza in piedi, magari sopportando le fatiche "di una vera vita da mulo" (p.18) , magari "rodendosi le budella" (p.16), ma ripieni di dignità, nutrendo sentimenti di amore piuttosto che pasciuti, "gianduiati e smemorati" delirare nella "quotidiana tagliola del disamore" (p. 19).
Guglielmo Scoglio
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Andrea Trimarchi
La Confraternita di Maria SS. di Crispino nel centenario della sua fondazione
E' stata pubblicata da Noialtri Edizione n'interessante monografia dal titolo "La Confraternita di Maria SS. di Crispino nel centenario della sua fondazione"; ne è autore Andrea Trimarchi, l'infaticabile promotore e curatore del periodico "Noialtri". La pubblicazione, arricchita dalla prestigiosa presentazione dell'Arcivescovo di Messina mons. Giovanni Marra e da una introduzione del Parroco don Luigi Celona, vuole celebrare il centenario della Confraternita di Maria SS. di Crispino. Dopo un'interessante introduzione dedicata all'origine, alla storia, all'importanza delle confraternite nell'ambito della Chiesa in quanto pii sodalizi di cristiani laici, Trimarchi ricostruisce le tappe fondamentali della Confraternita di Crispino a partire dalla sua fondazione nel 1904 quando, essendo cappellano della chiesa di Crispino padre Michele Bisazza e Arciprete di Monforte don Pasquale David, dopo il benestare alla creazione del nuovo sodalizio da parte dell'Arcivescovo di Messina mons. Letterio D'Arrigo fu costituito il primo direttivo in cui Pietro Morelli ebbe il ruolo di Governatore. Vengono poi documentati i mutamenti determinati dalla necessità di aggiornare, di rendere attuali le qualità originarie e rispondenti alla mutata realtà senza trascurare le antiche tradizioni.
Il volume, oltre agli articoli più significativi dello statuto, all'elenco dei confrati, delle consorelle e dei responsabili della Confraternita nei diversi periodi della sua esistenza, riporta disegni e immagini di abiti dei confrati e dei tamburini, fasce, stendardi e l'antica medaglia degli associati.
L'opera è corredata da un album ricco di interessanti foto antiche e moderne che testimoniano momenti significativi della vita della Confraternita .
La Cyber community esprime un vivo apprezzamento per il lavoro dell'amico Andrea Trimarchi che ha saputo ricostruire e valorizzare la storia della Confraternita di Maria SS. di Crispino molto significativa sia dal punto di vista religioso che sociale.
Andrea Trimarchi, La Confraternita di Maria SS. di Crispino nel centenario della sua fondazione, presentazione di S. E. Mons. Giovanni Marra Arcivescovo di Messina, NoialtriEdizioni, pp. 64, settembre 2004
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Giancarlo Santi
La strada dei Santi Viaggio sentimentale per le feste religiose di Sicilia
Giancarlo Santi apprezzato funzionario dello stato, conosciuto soprattutto come giornalista per le sue collaborazioni con il quotidiano di Catania "La Sicilia", con Etna Territorio, con il Touring Club e con diverse altre riviste "racconta " nel libro diciotto tra le più belle feste popolari religiose di Sicilia tra cui ben due monfortesi : la Festa di Sant'Agata con la Katabba e la Processione del Capello.
Il volume porta il titolo "La strada dei Santi" . Questo titolo potrebbe far pensare ad un testo di ascetica, ad un manuale per diventare Santi. Per fortuna ci soccorre il sottotitolo del libro "Viaggio sentimentale per le feste religiose di Sicilia" che ci richiama al vero significato del titolo. La strada dei Santi è l'itinerario percorso in ogni paese dalle processioni che vi si svolgono e indica anche il peregrinare dell'autore tra le feste religiose di Sicilia. Il volume che si avvale di una prefazione di Ignazio E. Buttitta, è edito da Bolelli ed è composto da 330 pagine.
Ogni pagina del libro si legge agevolmente e con piacere. L'autore che ha assistito più volte con curiosità ed interesse alle feste ha saputo trarre da ognuna con l'acume dell'amatore, con il sapere dello studioso e con la sensibilità del poeta gli elementi più interessanti; ha saputo poi raccontarle con la vivezza del giornalista anzi con quello dell'autore di racconti. Nel libro che racconta le impressioni di questo curioso e colto viaggiatore siciliano alla ricerca delle sue radici non c'è l'aridità del lavoro dello storico che ricostruisce o fa ipotesi sull'origine della tradizione e non c'è per il lettore la fatica della lettura di un testo scientifico pur essendo questi aspetti pienamente presenti nel volume. Santi infatti afferma nell'introduzione di aver cercato di essere "rigoroso e scientifico nella raccolta dei dati, nel consultare la relativa bibliografia, nel raccogliere le informazioni sul campo, intervistando centinaia di persone; tornando infine, più volte negli anni a rivedere la stessa festa ed annotando di volta in volta le modifiche avvenute".
L'autore non si sente un estraneo all'avvenimento, non si sente un visitatore o, peggio, un turista ma partecipa come tutti gli altri fedeli del paese a tutte le fasi della festa. Il "racconto" che tocca anche particolari, spesso molto significativi è ricco di emozioni, sentimenti, ricordi : è una testimonianza diretta della coinvolta partecipazione alle feste stesse in cui brilla tutta l'umanità dell'autore. Le feste popolari trattate sono in genere poco conosciute ma molto attraenti, ricche di umanità e poesia, traboccanti di gioia e di fede e lasciano perciò un ricordo splendido. Il volume premia l'impegno dell'autore nel voler documentare vive realtà, dare voce ai fedeli e ricordarci l'importanza delle tradizioni religiose. E' perciò un'opportunità da non perdere per chi ama la Sicilia e le sue tradizioni, per chi vuol conoscere tradizioni che con il tempo vanno perdendo sempre di più le proprie caratteristiche e vuole assistere alle feste con le conoscenze necessarie per gustarle pienamente. Dice il friulano Carlo Sgorlon, che di recente a Milazzo ha ricevuto il IX Premio nazionale letterario "Giorgio La Pira": "Le tradizioni sono l'unica vera forma di progresso in mano all'uomo, solo guardando alle proprie origini si può cogliere il senso reale della nostra esistenza".
Giancarlo Santi , La strada dei Santi, Viaggio sentimentale per le feste religiose di Sicilia, Sasso Marconi , 2002, pp. 331, 17,559 Euro.
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Giuseppe Ardizzone Gullo
Guida ragionata al patrimonio storico artistico di Monforte San Giorgio
Recensione di Antonino Sarica pubblicata sulla "Gazzetta del Sud" di martedì 21 gennaio 2003
Saggio di Ardizzone Gullo su Monforte San Giorgio
Dalle piccole realtà all'interesse generale
È davvero degna di nota la fioritura, negli ultimi tempi, degli studi di interesse locale, che riguardano, cioè, città anche piccole, paesi, villaggi e persino singoli quartieri urbani. E altrettanto ricca appare, di conseguenza, la produzione editoriale attinente proprio alle cosiddette "storie minori". Gli esiti di questi studi tornano senz'altro utili ai cultori di diverse discipline e di certo risultano anche preziosi per gli addetti alla tutela dei beni culturali. Sono sicuramente lodevoli, a questo proposito, le ricerche d'archivio, bibliografiche e sul campo condotte con impegno e passione da Giuseppe Ardizzone Gullo su Monforte San Giorgio (Messina), suo paese natale. Dei quali studi, Ardizzone Gullo riferisce adesso nel volume intitolato appunto Guida ragionata al patrimonio storico-artistico di Monforte San Giorgio (La Grafica Editoriale, Messina), proposto dal Centro Studi dello stesso comune e pubblicato con il patrocinio della società messinese di Storia Patria. Dichiarato intento dell'autore è di dar così modo a ognuno di conoscere più a fondo quel "ricco patrimonio culturale che i nostri progenitori hanno voluto regalarci". La pubblicazione però, cosa non trascurabile, servirà inoltre ad orientare gli organi pubblici preposti, al fine della migliore salvaguardia di tal patrimonio. Il libro presenta anzitutto alcune notizie di carattere generale su Monforte e cenni sulla sua storia. Il paese sorge sui Peloritani, alle falde di un imponente masso roccioso. Il suo territorio, di oltre trenta chilometri quadrati, guarda a nord il Tirreno ed è delimitato dai torrenti Bagheria e Niceto. Le colline sono coltivate a viti, ulivi e alberi da frutto, mentre nel fondo della valle prosperano i giardini di agrumi. Le sue origini sembrano risalire addirittura all'età del bronzo (XIII Secolo a.C.), ma quasi nulla si conosce delle più remote epoche. Si sa che con i Bizantini esisteva un castello che si oppose strenuamente agli Arabi. Vi stanziarono i Normanni e poi, con Federico II di Svevia, il castello divenne roccaforte importante del sistema difensivo dei Peloritani. Oltre che agli Svevi, buona parte di quel territorio appartenne ai Basiliani e il resto fu feudo prima di Simone Calvello, poi di Artale Alagona, quindi, nel 1927, di Guidone Lombardo. La fortezza fu ristrutturata da re Federico d'Aragona e nel corso del Trecento Monforte fu feudo degli Alagona. Divenne poi Regio demanio, ma per poco: con re Martino fu ancora feudo, di Giovanni Cruillas, e dal 1405 passò al vicerè di Sicilia Niccolò Castagna. Dalla famiglia dei Castagna il territorio, per una lunga serie intrecciata di matrimoni, andò prima ai Ventimiglia e di seguito ai Pollicino, ai Moncada, ai Saccano. In ultimo, dalla fine del Cinquecento, di nuovo ai Moncada che lo tennero fino all'abolizione della fedaulità. Una storia, come si vede, di non poco interesse, la cui sintesi l'autore conclude trattando dell'Arcipretura, la quale nacque coi Normanni e giunse a comprendere ben trentaquattro chiese, nel libro puntualmente elencate. Durante queste plurisecolari vicende il paese ebbe modo di dotarsi via via di un cospicuo complesso di edifici sacri e profani, assumendo nel tempo una sua peculiare struttura urbanistica caratterizzata da luminose piazze, slarghi, e da una fitta rete di stradine e vicoli. Che Ardizzone Gullo ci invita a percorrere alla scoperta di tesori artistici e architettonici, proponendoci undici itinerari. Seguendo passo passo ciascuno dei quali, l'autore non trascura di indicare per inciso, come rileva anche Teresa Pugliatti in una nota di presentazione, "fatti, consuetudini, persone o cose che vivevano un tempo", e ancora illustrata "quel tessuto sociale fatto anche di umili attività artigiane, di devozione e di usi popolari, di tradizioni gastronomiche e folkloristiche, nel cui contesto le stesse opere d'arte finiscono per arricchirsi di un più concreto spessore storico". Una particolare citazione meritano il primo itinerario e il nono. Il primo perché contiene tre ampi paragrafi, di ben quarantacinque pagine, dedicati alla Chiesa madre, di gran lunga il monumento più importante di Monforte; il nono in quanto vi sono riportate le principali specie animali e vegetali presenti nel territorio. Secondo la tradizione, ricorda Ardizzone Gullo, la Chiesa madre fu voluta da Ruggero il Normanno, ed era in origine di rito greco. Alla fine del Quattro cento fu ingrandita e divenne una basilica dell'architettura imponente. Nel corso dei secoli subì varie modifiche, arricchendosi di altari, stucchi, statue, dipinti, pregevoli arredi. Il patrimonio artistico oggi custoditi nel tempio è ancora ricco, pur se è solo una minima parte di quello esistente fino ai primi del Novecento. Di rilievo, fra le altre importanti opere (di Antonello De Saliba, di Onofrio Gabrielli, di Antonio Filocamo, delle botteghe dei Gagini e di Mazzolo...) l'altare del Santissimo Sacramento ove è posto il complesso marmoreo del Cenacolo, di recente attribuito a Jacopo Del Duca. Completano il volume una esauriente bibliografia, l'enumerazione delle fonti d'archivio consultate, un indice dei nomi degli artisti e dei maestri artigiani, l'indice dei nomi e delle cose notevoli. Di assoluto rilievo il corredo di illustrazioni che la Guida può vantare. Sono oltre centocinquanta le foto di monumenti, case, personaggi, opere d'arte, manufatti, particolari architettonici, angoli del paese, vedute del territorio e piante planimetriche di tutte le chiese.
Antonino Sarica
Recensione di Anna Carlini
Uno studio che ogni Monfortese e ogni turista dovrebbero inserire nella loro biblioteca
Mancava a Monforte una guida completa alle opere d'arte del Paese. A questa lacuna ha rimediato Giuseppe Ardizzone Gullo con la pubblicazione, all'inizio del presente anno 2002, dell'ultima sua fatica dedicata al nostro Paese Guida ragionata al patrimonio strorico-artistico di Monforte San Giorgio. Ardizzone ci guida alla conoscenza di Monforte utilizzando diversi itinerari: egli prende per mano il lettore e lo conduce in giro per il paese attraversando vie, piazze, "piani", stradine, viottoli di campagna, partendo per lo più dal centro che è Piazza IV Novembre. Queste camminate permettono all'autore non solo di mostrare con dovizie di particolari opere d'arte, vestigia del passato, ma anche di ricordare eventi storici vicini e lontani, personaggi illustri ed umili, consuetudini, attività artigianali ed agricole, tradizioni religiose e folkloristiche. Belle le foto sia quelle che riguardano opere d'arte, di cui sono colti anche alcuni suggestivi particolari, sia quelle che raffigurano scene di vita paesana. Azzeccata, come sottolinea anche Teresa Pugliatti nella sua introduzione, l'idea di utilizzare il fondo scurito per scrivere di palazzi, interni, personaggi che che non ci sono più.
Non ha trascurato, Ardizzone, neppure l'ambiente naturale che viene presentato nei suoi vari aspetti dalla montagna alla marina con le caratteristiche culture, i colori, i profumi che mutano con l'alternarsi delle stagioni. L'opera è corredata da una bibliografia, da un indice dei nomi degli artisti e dei maestri artigiani, nonchè da un indice analitico dei nomi e delle cose notevoli. Il lavoro, che testimonia l'amore dell'Autore per il suo Paese natale, l'attenzione al suo patrimonio storico e artistico e l'impegno verso la conservazione e la valorizzazione dello stesso produrrà senz'altro effetti benefici per la conoscenza e lo sviluppo turistico di Monforte. Si tratta di uno studio che ogni Monfortese e ogni turista dovrebbero inserire nella loro biblioteca.
Anna Carlini
Giuseppe Ardizzone Gullo, Guida ragionata al patrimonio storico artistico di Monforte San Giorgio , Centro di Studi storici di Monforte San Giorgio, Messina, 2002, pp. 210, 20 Euro.


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