Print

 


Filosofo e pedagogista

Roma 4 dicembre 1904 - Roma 17 aprile 1986.

Guido Calogero

 

 

 

Un disegno di Guttuso
UN DISEGNO DI GUTTUSO: IL PRIMO DA SINISTRA È BOBBIO, QUELLO COL DITO ALZATO CALOGERO

 

Biografia: Professore di Storia della filosofia nelle Università di Firenze (1931) e di Pisa (1934), insegnò (1951) nella facoltà di magistero dell'Università di Roma; dal 1954 fu professore di Storia della filosofia antica nella facoltà di lettere della stessa Università. Arrestato per motivi politici dal fascismo (1942), in carcere scrisse le Lezioni di filosofia. Diresse l'Istituto italiano di cultura a Londra. Fu membro dell'Accademia Nazionale dei Lincei.

Scritti: A soli 23 anni scrisse I fondamenti della logica aristotelica, (Firenze 1927, rist. 1962), che gli valse l'apprezzamento di Benedetto Croce e la cattedra universitaria ; seguirono: Studi sull'eleatismo, Roma 1932; La logica del giudice e il suo controllo in Cassazione, Padova 1937(2a edizione 1960); La scuola dell'uomo, ivi 1939 2a edizione 1956); Il metodo dell'economia e il marxismo, Firenze 1944;Difesa del liberalsocialismo, Roma 1945;Saggi di etica e di teoria del diritto, Bari 1947; Lezioni di filosofia, I: Logica, gnoseologia,ontologia, Torino 1948; II: Etica, giuridica, politica, ivi 1946; III: Estetica, semantica, istorica, ivi 1947;Logo e dialogo, Milano 1950; La filosofia di Bernardino Varisco, Messina 1950; Scuola sotto inchiesta, Torino 1957; Verità e libertà, Palermo 1960; Quaderno laico, Bari 1967; Storia della logica antica,I: L'età arcaica, Bari 1967; Le regole della democrazia e le ragioni del socialismo, Roma 1968.

Pensiero: Guido Calogero è conosciuto come il filosofo del dialogo cioè del dover discutere e dello sforzo di capire gli altri; questa, per lui, è una doverosa possibilità: la volontà di discutere non ha bisogno di essere discussa, la volontà di intendere sarà sempre al di sopra della variabile storica del vero.
Calogero intende l'educazione come altruismo; il rapporto educatore-educando va oltre il mero rapporto dualistico: si deve formare l'educando in modo che, a sua volta, diventi educatore di altre persone.
La formazione consiste pertanto in quella forma di apertura verso il prossimo, di disponibilità che si concreta nella volontà di intendere gli altri.

Legami con Monforte: Figlio del monfortese prof. Giorgio Calogero, teneva moltissimo alle sue radici. 
Quando i molteplici impegni glielo permettevano trascorreva volentieri qualche giorno di vacanza a Monforte. Gli piaceva la sovrana pace del paesello e i suoi splendidi panorami, l'aria purissima, l'onestà della popolazione. E nella tarda età quando, per motivi di salute, non ha avuto più la possibilità di viaggiare, Monforte è rimasto sempre un luogo di care memorie. 
Lo ha ribadito con commozione la moglie signora Maria Comandini Calogero in un incontro avuto con Lei a Roma nel 1988 quando, interpretando il desiderio del marito, ha fatto dono alla Biblioteca Comunale di un cospicuo numero di scritti di Guido Calogero, del padre Giorgio e di un ricordo del figlio Francesco ordinario di Fisica teorica all'università di Roma che trascorse, bambino, un'estate col nonno Giorgio alla Trinità, lungo il torrente Niceto.

Bibliografia: è vastissima; viene riportato qualche titolo:
R. Coccio - C. Fabro. Logica, gnoseologia e ontologia in Guido Calogero, in Riv. Filos. Neoscol.,1949,n. 2; A. Caracciolo, L'estetica del Calogero, in Scritti di estetica, Brescia 1949; A. Vasa, Teoreticità e praticità del valore ontologico nel pensiero di Guido Calogero, in Riv. St. Filos., 1949, pp. 241-271; S. Zeppi, Il problema del dialogo, Firenze, 1960; Y. L. Austin, Philosophical Papers, Oxford 1961, p. 130; E. Severino, Nota su I fondamenti della logica aristotelica di Guido Calogero, in "Studi di filos. e storia della filos. in onore di F. Olgiati", Milano 1962, pp. 117-144; A. Negri, Il progetto della categoria estetica di Guido Calogero, in Riv. Estet., 1962, pp. 95-118; R. Raggiunti, Logica e linguistica nel pensiero di Guido Calogero, Firenze 1963; R. M. Hare, Freedom and Reason, Orford 1964, pp. 186-202.
Guglielmo Scoglio

 



Quei mesi nella Resistenza una lezione di libertà

DI CARLO AZEGLIO CIAMPI


ARRIVAI a Scanno a metà settembre del 1943 quasi per caso; mi ci condusse un giovane ufficiale, come me fuggiasco, che avevo avuto occasione di conoscere dopo l'8 settembre a Roma, Nino Quaglione.
Quando egli mi disse che andava a Scanno, terra della sua famiglia, mi associai a lui, in due ricordi. Ero stato a Scanno per poche ore tre anni prima, quando da allievo ufficiale frequentavo la scuola di Pescara. Venimmo qui per fare una esercitazione di autocolonna da Pescara a Scanno in motocicletta.
Ricordavo Scanno perché sapevo che era diventato il luogo di confino di Guido Calogero. Arrivato qui mi fu facile ritrovare Guido, di cui ero stato discepolo nei miei anni alla Scuola Normale a Pisa fra il 1937 e il 1941.


Calogero, dopo l'arresto nel 1942 a Pisa, era stato confinato a Scanno e vi si era trasferito con la famiglia.
Dopo il suo secondo arresto nel luglio del 1943, che lo portò nel carcere di Bari, e la successiva liberazione il 27 di luglio, egli tornò subito a Scanno per riabbracciare la famiglia. Ebbi così la fortuna di frequentarlo assiduamente per sei mesi, dal settembre 1943 al marzo 1944.
Erano mesi bui, difficili ed io potei approfittare della sua vicinanza.


Era un uomo capace di mantenere una grande serenità anche nei momenti più drammatici.
Ricordo che in quell'inverno, tra le cose più care che aveva con sé, c'erano i manoscritti dei suoi volumi, poi pubblicati da Einaudi, su Estetica, logica ed etica, i manoscritti erano in copia unica e lui temeva di perderli con la guerra. Allora abbiamo cominciato a batterli a macchina: riportavano la data di ogni giornata di lavoro.
Ricordo che tentammo insieme di passare le linee attraverso la Maiella.
Poi ci dividemmo: a Calogero fu chiesto di rimanere nel territorio occupato dai tedeschi per svolgervi la sua attività politica; io il 24 marzo (il giorno delle Fosse Ardeatine) riuscii a passare le linee e ripresi servizio nell'esercito italiano.


I sei mesi trascorsi con Calogero furono estremamente intensi. Per me, così giovane, fu l'occasione di imparare da un grande nobile maestro, del quale divenni amico.
Ci insegnava i principi fondamentali del comportamento dell'uomo; prima di tutto il rispetto per gli altri. Oggi si parla spesso di tolleranza; non amo questa parola perché è un termine improprio, ma ciascun essere ha bisogno di conoscere e di essere pronto a lottare perché gli si riconoscano gli stessi diritti che noi riteniamo di dovere pretendere da tutti.
Ci insegnava inoltre che l'individuo ha un senso in quanto vive in una collettività e la base della collettività è il saper dialogare, il saper parlare, discutere e affrontare gli argomenti con libertà piena di convincimento delle proprie idee, con l'intendimento di farle affermare, ma pronto a riconoscere la ragione dell'altro e ad accettarla quando uno ne divenga convinto.
Questi i codici che ci insegnava Calogero nel suo comportamento.


Durante gli anni alla Normale, Calogero aveva pubblicato due libri fondamentali: "La filosofia della vita" (1936) e "La scuola dell'uomo" (1939).
Quest'ultimo libro è un vero e proprio manifesto della libertà. E' il libro con cui Calogero si rivolge ai giovani per mostrar loro come sia possibile uscire dal pessimismo dell'alternativa fra fascismo e comunismo.
La filosofia morale di Calogero è una morale concreta, di attuazione della libertà: prima dentro di noi, poi nella società. Calogero non perseguiva fini astratti, ma voleva realizzare i propri ideali nella società. Il richiamo continuo alla coscienza, criterio estremo della verità, era richiamo al senso di responsabilità dell'individuo, ne sottolineava il dovere di lottare per l'affermazione della libertà per sé e per gli altri, per cambiare la realtà.


Quella "religione della libertà" che avevamo appreso dai grandi italiani, a cominciare da Benedetto Croce.
Calogero c'insegnava a praticarla nella vita, avendo sempre presente che altrettanto importante del principio della libertà è il principio di giustizia, di giustizia sociale.
Il messaggio di Calogero è di dottrina civile. La norma superiore dello Stato è quella che regola i rapporti di convivenza. Calogero libera l'uomo dall'opportunismo e lo incardina su valori come il primato della coscienza, la civiltà come progresso dei diritti civili, come educazione al dialogo. Una testimonianza di questa visione è in un documento personale. Una lettera di Calogero a mia figlia, con cui egli accompagnava, nel 1975, il suo regalo di nozze: la ristampa della "Difesa del liberalsocialismo", da tempo esaurita, e una superstite copia dell'edizione originaria dell'ormai introvabile "La scuola dell'uomo".


Calogero aggiunge la traduzione di quattro versi in greco, che egli aveva composto per dar significato alla dedica del libro a sua moglie: "Quelle cose di cui ci convincemmo nelle nostre pacate discussioni,/ quello che apprendemmo dai nostri amati figli,/ quello che ci insegnò il condiviso tragitto della vita,/ accogli qui a testimonianza di una speranza immortale". La speranza immortale era quella del ritorno dal fascismo alla libertà.
E il proiettarsi della libertà e della vita verso il futuro, Calogero lo rendeva con un'immagine poetica e concettuale molto bella: sono i figli quelli dai quali abbiamo appreso, quasi invertendo il corso naturale delle cose.


In chi ha avuto la fortuna di essere stato allievo di Calogero il segno è rimasto profondo. Senza quell'insegnamento giovanile, la mia vita, la mia lunga attività nelle istituzioni fino ad oggi, sarebbero state diverse.
Per me è stato un maestro e un amico. Il maestro è per me colui che va al di là della disciplina specifica, che è capace di affrontare i problemi infondendo una visione della vita basata sui valori morali, che sa andare al di là della professionalità dell'insegnamento.
Da Guido Calogero ho imparato il rispetto dell'alterità, che non è tolleranza, bensì impegno perché i diritti degli altri abbiano uguale valenza dei propri.
Calogero vedeva il principio fondamentale della convivenza nel cercare di comprendere le opinioni e i bisogni altrui. Di qui l'importanza del dialogo.


Io credo che gli insegnamenti di Calogero siano il fondamento del modo di comportarsi: rispetto della dignità umana, onestà intellettuale, gusto del perché, dell'andare in fondo alle cose.  Nei miei lunghi conversari con Guido, tra le montagne abruzzesi, si parlava molto della responsabilità. Mi spiegava che la conoscenza è alla base dell'azione, ma aggiungeva che a un certo punto scatta, dando luogo all'azione, l'atto di volontà, atto autonomo che implica la responsabilità.
Non voglio cadere nella retorica, ma in un momento critico e drammatico, come era quello per l'Italia, bisognava assumersi responsabilità ed esserne consapevoli.
Nell'Italia di oggi, democrazia compiuta, orgogliosa della sua unità, fiduciosa e forte della sua vocazione europea, quei principi sono ancora validi.

 


 

 

CALOGERO il più giovane dei miei maestri
DI NORBERTO BOBBIO

 


Il ricordo che ho di Calogero è quello di una bella amicizia, ma prima di tutto di una profonda, straordinaria, ammirazione: di quell'ammirazione che si prova di fronte ad un maestro. Mi viene subito alla mente quel disegno di Renato Guttuso che documenta anche il mio ingresso nell'antifascismo attivo, era il 1939. Prima a Camerino, dove dal 1935 ero docente di filosofia del diritto, poi a Siena, dove insegnavo, dopo aver vinto il concorso, dalla fine del 1938, avevo iniziato a frequentare le riunioni del movimento liberalsocialista, animato da Calogero e da Aldo Capitini. Il disegno di Guttuso, allora giovane e promettente pittore, rappresenta la testimonianza di una di queste riunioni: siamo raffigurati io, Umberto Morra (proprietario della villa presso Cortona dove spesso si tenevano le nostre riunioni e che ci presentò lo stesso Guttuso), Cesare Luporini (che poi divenne comunista), Capitini e, appunto, Calogero con il dito alzato. Entrambi tengono un libro in mano: su quello di Calogero si legge Liberalismo sociale, su quello di Capitini Non violenza. Dell'artefice del disegno si vede la nuca.
La prima volta che vidi Calogero fu nel 1933, a Roma, ad un Congresso hegeliano. Presiedeva Giovanni Gentile, che tenne il discorso d'apertura, Calogero era fra i relatori ed io ero fra il pubblico. Mi impressionarono la sua bravura, la sua intelligenza, il suo sguardo. Eravamo entrambi molto giovani (io avevo ventiquattro anni, lui era di soli cinque anni più grande di me), ma rimasi stupito dalla sua maturità: era giovane d'età, ma sembrava un uomo "già arrivato". Questo aspetto destava grande e profonda ammirazione in noi aspiranti studiosi. Calogero aveva un viso "aperto" e i suoi occhi esprimevano, per così dire, quella volontà di discussione che ne faceva un "maestro del dialogo".
Non è un caso che i ragazzi della Federazione giovanile del Partito d'Azione si rivolgessero a lui per farsi chiarire la struttura e il senso delle principali regole della discussione democratica, per essere educati alla procedura, nella fase in cui la dittatura fascista sembrava realmente potersi sostituire con un nuovo ordine. I diversi interventi apparvero, in un primo momento, su quello che era il giornale del Partito d'Azione, l'Italia libera.
Calogero era dunque per noi più giovani un simbolo, un esempio da ammirare e possibilmente da seguire. Era diventato professore universitario molto presto. Oltre che essere di una intelligenza precoce aveva una grande capacità di apprendere: si era dedicato alla filosofia, ma avrebbe potuto insegnare lettere classiche; oltre al latino, sapeva benissimo il greco, lo leggeva perfettamente: del resto fu traduttore di opere come il Simposio e il Critone. Dimostrava una straordinaria facilità di apprendimento: oltre al greco, conosceva in modo approfondito il tedesco e sapeva anche l'inglese. Non so quando l'avesse studiato, ma lo parlava correntemente, tanto che nel 1950 fu chiamato a dirigere l'Istituto italiano di Cultura a Londra.
Era un uomo di un'intelligenza estremamente rapida. Cominciò prestissimo a scrivere: poesie, recensioni, apparse queste ultime sul Giornale critico della filosofia italiana diretto da Gentile. Compose la sua prima opera molto giovane, nel 1927, a ventitré anni: i Fondamenti della logica aristotelica, che ampliava e rielaborava la sua tesi di laurea (discussa nel 1925); ma il suo primo scritto risale a qualche anno prima, al 1923, ed era dedicato a Pindaro, l'autore al quale Calogero, giovane studente di filologia classica presso l'Università di Roma, pensava di dedicare la tesi; questo prima di conoscere Gentile e dedicarsi agli studi filosofici.
Dimostrava una precocità fuori dal comune nell'imparare le cose difficili, la logica, le lingue straniere, antiche e moderne. Tutto questo ci affascinava e ce lo faceva vedere, appunto, come un maestro. La sua sfortuna fu che così come aveva iniziato molto giovane finì il suo cammino di studioso non vecchio: ricordo benissimo quando la sua intelligenza cominciò a deperire, a degenerare. Mi vengono alla mente i colloqui che ebbi con sua moglie, Maria Comandini, e il racconto delle sue difficoltà. I suoi ultimi libri risalgono alla fine degli Anni Sessanta, per quanto poi continuasse a scrivere su periodici, riviste e quotidiani. Gli anni precedenti alla sua scomparsa furono terribili, si era appannata la sua intelligenza [...].


L'incontro con Capitini
A quel periodo risale anche la mia conoscenza dell'altro ispiratore del liberalsocialismo: Aldo Capitini. Prima di insegnare a Siena, come accennato, ero professore a Camerino. E ricordo di esserlo andato a trovare a Perugia, nel momento in cui stava per pubblicare il libro che lo rese noto, Elementi di un'esperienza religiosa, che è del 1937, mentre il libro di Calogero, altrettanto fondamentale per la mia generazione, La scuola dell'uomo, è del 1939. Questi sono i due libri che rappresentano come dire un precorrimento, una specie di anticipazione, di quella che era la lotta politica antifascista clandestina, che però si manifestava nelle opere scritte, con molta cautela come dimostra il titolo del libro di Capitini, che in realtà celava una trattazione strettamente politica.
Capitini e Calogero furono due figure assolutamente centrali per la mia formazione e per il mio ingresso nell'antifascismo attivo. E tuttavia erano personaggi molto diversi fra loro.
Si possono individuare due fasi del loro rapporto. Dapprima c'è un dialogo legato al liberalsocialismo, che sta a cavallo fra la fine degli Anni Trenta e l'inizio degli Anni Quaranta. In estrema sintesi, mentre il liberalsocialismo di Capitini era di evidente orientamento social-religioso e non soltanto politico, quello di Calogero si caratterizzava per l'approccio giuridico. C'è poi una seconda fase di scambio fra i due, a metà degli Anni Sessanta, poco prima della morte di Capitini (che avviene nel 1964), che riguarda la filosofia del dialogo. Sulle riviste Azione non violenta (diretta da Capitini) e La Cultura (diretta da Calogero) uscirono articoli dell'uno e dell'altro sulla nonviolenza, il dialogo e l'"apertura" in cui i due affrontavano queste tematiche: l'uno, Capitini, partendo da un profondo senso religioso, l'altro, Calogero, da un forte afflato morale di matrice laica, che già in La scuola dell'uomo trova una testimonianza esemplare. 
Il problema centrale, comunque, nel quadro dei rapporti fra i due, è quello della nonviolenza. Calogero aveva una mentalità giuridica che Capitini certamente non aveva e questo portava il primo a sostenere (cosa che anch'io ho sempre pensato) che la nonviolenza finirebbe per essere una teoria disarmata, inefficace, senza il diritto. Come ho sottolineato in molti scritti, il diritto senza forza non si dà, come sanno tutti quelli che hanno studiato giurisprudenza, il diritto senza possibilità della sanzione, che operi qualora si verifichi la violazione delle norme, non esiste. 
Calogero e Capitini avevano senz'altro qualcosa in comune sul piano intellettuale, legato alla formazione idealistica, all'insegnamento di Croce e Gentile, da cui poi entrambi si distaccarono.


Il modello Inghilterra
Calogero era un idealista immanentista, la sua filosofia derivava da quella che era allora la filosofia dominante in Italia. Ma sulla questione del diritto e della nonviolenza le loro posizioni erano senz'altro diverse, e alcuni passaggi del saggio I diritti dell'uomo e la natura della politica, contenuto in questa raccolta, ne sono una chiara dimostrazione.
Un altro punto su cui mi preme soffermarmi è il suo modo di intendere il socialismo. La sua simpatia per questa prospettiva culturale e politica va senz'altro attribuita alla sua ammirazione per l'Inghilterra e per il laburismo. Naturalmente bisognerebbe anche rivedere il suo libro sul marxismo, Il metodo dell'economia e il marxismo, che a suo tempo ebbe una certa fortuna tra coloro che si stavano avviando sulla strada dell'antifascismo. Sarebbe una buona occasione, fra l'altro, per richiamare l'attenzione su un testo ormai dimenticato e che pure presenta, ancora oggi, qualche interesse rispetto al dibattito continuato e sempre attuale sulla storia del marxismo.
Le istanze socialiste di Calogero si raccolgono attorno all'idea di una società giusta fondata sul dialogo e la reciprocità, su un'idea di democrazia come colloquio integrale perché tutti devono avere il diritto-dovere di prendervi parte. Scrive per esempio Calogero in L'abbiccì della democrazia: "L'unità della democrazia è l'unità degli uomini che, per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi a vicenda e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni e delle proprie preferenze". E' un modo singolare e originale di definire la democrazia. Quando si parla di democrazia s'intende, primariamente, la partecipazione al potere, richiamando una nozione di potere dal basso.


L'uguaglianza è libertà
Calogero fa riferimento al rapporto fra gli individui, alla relazione dialogica, alla democrazia come ciò che rende possibile il dialogo, che non è la definizione più comune di democrazia, per cui usualmente si intende, appunto, il rapporto fra l'insieme dei singoli e il potere. Questo in Calogero è implicito. Egli si richiama costantemente al rapporto fra gli individui, al dialogo inteso come reciprocità, ad un continuo domandare e rispondere: la democrazia è vista attraverso il dialogo, che è regola fondamentale ma anche valore. 
L'ideale della democrazia come colloquio spiega in qualche modo anche la sua visione sociale degli assetti democratici: tutti devono avere la possibilità di prendere parte allo scambio dialogico, devono avere l'effettiva capacità e l'effettivo potere di discutere con gli altri. E' forse qui che si può rinvenire un'istanza propriamente socialista, in quanto l'effettività presuppone forme di eguaglianza fra gli individui: l'idea di eguaglianza - principio guida dell'azione del movimento operaio fin dai suoi esordi - arricchisce il liberalismo, come ho sostenuto in più occasioni. Ma per Calogero eguaglianza e libertà sono intimamente unite, inseparabili e, attraverso la loro unità, definiscono i cardini di una società giusta. Qui può situarsi un fecondo spazio di congiunzione fra il liberalsocialismo e le odierne forme di contrattualismo rilanciate da John Rawls e ispirate al principio dell'equità. 
La ricerca di Calogero di coniugare le due universali aspirazioni di libertà ed eguaglianza fu continua e sostanziata da uno spirito che, in fondo in fondo, sembra richiamare - anche se in un contesto laico - la lezione evangelica. Una tendenza questa che si può rinvenire del resto anche in alcuni autori del laburismo inglese, esperienza politica alla quale, come accennato, Calogero guardava come fondamentale riferimento per le sorti della nostra democrazia e, in particolare, della sinistra.
Il tentativo di enucleare alcuni caratteri irrinunciabili del sistema democratico, alla ricerca delle modalità e delle ragioni di una convivenza sostanziata di valori autentici, e la possibilità di sviluppare l'idea liberalsocialista al fine di realizzare una società giusta attestano, a tutt'oggi, la vitalità della riflessione politica di Calogero. 

(La Stampa, 21 dicembre 2001)

 

 




RICORDO DEL PENSATORE DI MONFORTE SAN GIORGIO NEL CENTENARIO DELLA NASCITA

GUIDO CALOGERO E LA FILOSOFIA DEL DIALOGO

Il peso del progetto politico del "liberalsocialismo"

DI GIROLAMO COTRONEO

 

N on è raro che il nome di un filosofo evochi un libro, un concetto, un'idea, un problema particolare, qualcosa, cioè, che è stato al centro della sua attenzione, della sua fatica mentale, e costituisce il suo contributo originale alla cultura filosofica di un paese, o alla filosofia tout-court. Il nome di Guido Calogero, di cui ricorre quest'anno il primo centenario della nascita, e che merita questo ricordo anche per i suoi legami "naturali" con la Sicilia, in particolare con la provincia di Messina, essendo originario di Monforte San Giorgio; il nome di Guido Calogero, dicevo, evoca subito a chi conosca le vicende relative alla ripresa della vita politica italiana nei primi anni Quaranta del Novecento, un progetto politico - il "liberalsocialismo", di cui nel 1940 scrisse il primo manifesto - che ebbe pure qualche peso nel dibattito culturale e nelle vicende politiche di quegli anni. Intorno a esso nacque un partito - il Partito d'Azione - che raccolse sotto le sue insegne non pochi intellettuali di prestigio: poiché tuttavia il consenso ottenuto presso i cittadini fu relativamente modesto, ebbe scarsa incidenza sulle convulse vicende politiche di quegli anni.

Accanto a questa esperienza filosofico-politica il nome di Guido Calogero evoca un altro indirizzo di pensiero, in apparenza meno legato alla prassi politica: la "filosofia del dialogo" che divenne l'impegno principale della sua ricerca a partire dal 1950, quando pubblicò un volume dal titolo Logo e dialogo, al quale, nel 1962, seguì l'opus majus degli ultimi anni della sua attività di pensiero: Filosofia del dialogo. Tema importante, destinato a suscitare non poco interesse, e ad avere una notevole ricaduta pratica, in una stagione, quella della "guerra fredda", contrassegnata in Italia della dura, non facilmente mediabile, contrapposizione tra cattolici e liberali da una parte e marxisti dall'altra. Tema delicato, al quale tuttavia Calogero seppe dare un taglio e una misura "forti", perché il rischio di scivolare dal dialogo alla tolleranza scettica è davvero grosso. Questi pensieri, questi progetti filosofico-politici, nati, come dicevo, durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, costituiscono una fase ulteriore dell'attività filosofica di Guido Calogero, iniziata quando, nel 1927 - a soli ventitrè anni, quindi - aveva pubblicato un volume, ancora letto e discusso dagli studiosi del pensiero antico: I fondamenti della logica aristotelica; una ricerca a prima vista lontana da quelli che sarebbero stati gli esiti conclusivi del suo pensiero. In realtà, tra questo primo lavoro, al quale aveva dato una forte impronta teoretica, e quelli posteriori di cui ho detto prima, caratterizzati da un impegno soprattutto etico-politico, non esiste alcuna soluzione di continuità.

Vediamo. Il nome di Guido Calogero evoca non soltanto alcuni momenti essenziali del dibattito filosofico italiano dei primi tre quarti del secolo scorso. Evoca soprattutto un altro nome: quello di Giovanni Gentile, il cui pensiero ha esercitato una forte egemonia sul pensiero filosofico italiano nella prima metà del Novecento, e una decisiva influenza sul suo pensiero. Un'egemonia superiore a quella esercitata da Benedetto Croce, nella cui filosofia Calogero non riuscì mai, pur meditando a lungo su di essa, a ritrovarsi, e con il quale ebbe un forte dissidio proprio a motivo di quel "liberalsocialismo", i cui presupposti filosofici Croce stroncò con notevole durezza. Questo perché mentre l'attualismo monistico di Gentile gli consentiva di "unificare" in un tertium quid liberalismo e socialismo, giustizia e libertà, la "teoria della distinzione" di Benedetto Croce vietava sul piano logico, prima ancora che su quello etico-politico, quella falsa unificazione, alla quale, come è noto, il filosofo dava ironicamente il nome di "ircocervo". Questo non significa che Guido Calogero - pur mantenendo sempre un atteggiamento positivo nei confronti di Gentile, come dimostrano le sue lettere con il "maestro", finemente analizzate qualche anno addietro da una giovane studiosa messinese, Rosella Faraone - fosse appiattito sulle posizioni speculative del filosofo siciliano.

L'evoluzione del suo pensiero, infatti, vede l'asse della sua ricerca spostarsi - come dimostra, ad esempio un importante, volume del 1939, La scuola dell'uomo - dal piano "speculativo" a quello etico, modificando i termini in cui l'idealismo istituiva il rapporto soggetto-oggetto, convinto com'era che il mondo dei valori non si può costruire attraverso "giudizi determinanti", scelte necessarie, obbligate, ma soltanto attraverso opzioni possibili. In tale contesto di pensiero si inserisce uno dei suoi libri più importanti: La conclusione della filosofia del conoscere del 1938, dove il privilegio dell'attività pratica nei confronti di quella speculativa, veniva proclamato senza preoccupazioni di natura teoretica: "La filosofia del conoscere", affermava, "quando ha un contenuto concreto, non è filosofia del conoscere, ma filosofia dell'agire"; e concludeva che "se nel secolo decimottavo morì la metafisica, nel ventesimo muore la gnoseologia".

Questo non comportava certo il rigetto della logica antica, alla quale aveva dedicato molte delle sue energie intellettuali: nella nuova fase del suo pensiero, questa non veniva espunta come momento della "filosofia del conoscere", ma riconosciuta quale condizione preliminare dell'intesa tra gli uomini, come precondizione del discorso e dell'argomentazione. Guido Calogero ha detto anche altro, su cui non posso, né ritengo indispensabile, indugiare. A conclusione, però, vorrei osservare che oggi i temi di fondo della filosofia, della morale, della politica - è quasi banale dirlo - sono altri. Ma ripensare, sia pure come in questo caso a motivo di una ricorrenza, alcuni aspetti e momenti della nostra tradizione filosofica, soprattutto quella degli anni "di ferro" vissuti da Guido Calogero, può farci capire che quella tradizione ha avuto un ruolo positivo nella rinascita delle nostre libertà e nella ricostituzione di rapporti "umani" tra i cittadini di questo paese. Di essa, quindi "non dobbiamo arrossire".
(dalla "Gazzetta del Sud" di domenica 19 settembre 2004)