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 Nel secondo dopoguerra i sindaci di Monforte furono tutti democristiani. Nel 1946 si svolsero le prime elezioni comunali insieme con quelle nazionali per l'Assemblea Costituente. Vinse la Democrazia Cristiana e diventò Sindaco l'ing Antonino Calogero che in precedenza aveva fondato la  sezione di Monforte del partito assieme al sacerdote Rosario Polito e ad altri monfortesi tra i quali Francesco Ricciardi, Giovanni Leone, Antonino Casella, Mariano Leone, Giovanni Giunta, Francesco Giordano. Indicativo che tra i fondatori della Democrazia Cristiana ci fosse un sacerdote. Anche in seguito il partito si avvarrà del forte appoggio del parroco, dei sacerdoti e del laicato cattolico.

            
 I primi sindaci del dopoguerra


Nel racconto di Lillina Recupero che troverete qui sotto viene tracciato un ritratto pittoresco del clima che si era creato in paese in attesa delle prime elezioni comunali con attori che vengono indicati con nomi di fantasia. Un ruolo preminente è quello della signorina Catina, presidentessa del “Figlie di Maria”,
la capomastra della confratenità: da sola può fare eleggere tutta una Camera, colossale e compunta, col rosario e la veletta nera perennemente stretti sotto il braccio, in ogni ora del giorno pronta per le devozioni, catechizzava a fior di labbra i fedeli: "Donna Rò...o donna Rosa, non macchiatevi di disobbedienza al Signore, chè scomunicata vi fate!".

Possiamo certamente riconoscere in queste figure la Signora Ninetta Pinizzotto e la monaca di casa Suor Maria Gullo.

Azione Cattolica femminile monforteseLe vediamo nella foto accanto: la prima a destra regge la bandiera del ramo femminile dell’Azione Cattolica rivendicando il suo ruolo di presidentessa, la seconda al centro, è vicina all’arciprete di Monforte Francesco Marzo con il suo smagliante sorriso e la crocetta d’argento sul petto per ribadire un suo ruolo all’interno della gerarchia in qualità di consacrata. Il loro impegno in favore della DC fu premiato: come espressione del laicato cattolico monfortese, la Gullo e la Pinizzotto divennero consigliere comunali, le due prime donne della storia di Monforte a ricoprire un importante ruolo pubblico.

La Signorina Catina, secondo le parole della Recupero aveva come seguito un folto contorno di sagrestani, fedeli, donnette dell'ora del Rosario e penitenti […]; andava alla canonica per spiegare la dottrina: "Bambine, cantiamo Viva Gesù... Viva Gesù”... E poi aggiungeva: “Un momento, ditelo alle vostre mamme di votare per Gesù, numero dodici […]...Viva Gesù, Viva Gesù...". Di ritorno, passava dalle comari: "Sia lodato... comare Terè... Sia lodato... comare Nunziata...” e, abbassando la voce fino ad un soffio sul viso delle altre: "Pensate un po’ se quelli dell'ulivo, tutti nemici giurati di Dio, possano avere faccia di chiedere il voto a voi, che siete delle sante...”

Non c’è dubbio che don Francesco Marzo, arciprete di Monforte dal 1939 e tutta l’Azione cattolica abbiano appoggiato fortemente la Democrazia Cristiana nelle elezioni del 1946 come chiedevano il Papa e le gerarchie. L’arciprete faceva propaganda per la D. C. sia direttamente, sia chiamando a Monforte predicatori che nelle loro omelie ammonivano sulle conseguenze negative di un voto non in linea con gli orientamenti della Chiesa. Quest’opera di fiancheggiamento della Democrazia cristiana continuò anche nelle successive elezioni.

IL Sindaco Antonino Calogero, eletto nel 1946, guidò il paese per un decennio, sino alla sua morte avvenuta nel 1956. A lui seguì per un quinquennio il suo Vicesindaco, Nino Pavone. In quel periodo iniziò la carriera politica di Vincenzo Pavone, un giovane che si era formato a Messina nelle schiere dell’Azione Cattolica, che a Monforte fu subito nominato Assessore ai lavori pubblici. Facevano parte del Consiglio anche Francesco Giordano, Mariano Leone, Nino Cavatoi e l’insegnante Santo Cannistrà. L'opposizione era esercitata dal medico liberale Giovanni Ricciardi, dall’insegnante socialista Domenico Carlo (Micio) Gullo e dall’insegnante Francesco Pinizzotto, che in passato era stato capo dei fascisti locali.

Lo scritto in versi di un anonimo monfortese tratteggia simpaticamente il Consiglio Comunale di quel tempo.

 

Il Consiglio comunale del 1956

Al Consiglio Comunale
si festeggia Carnevale!
Ci son angeli con ali
ci son maschere naturali
ci son pure le verginelle
più brutte che belle.


La Maria e la Ninetta
portano in petto la crocetta.
Tengono in basso sempre il viso
sol agognando il Paradiso.


Or vedrete tra poche ore che gran figura è l’Assessore
che di Monforte con Pellegrino
ne farà un gran villino
State attenti facce di muro
occhi solo al gran futuro
il progetto è già maturo.

Ma il Micione socialista
non ci crede e si rattrista
pensa sempre ogni momento
il fattibile sventramento.

Parla ora Nino Cavatoi
sempre attento al senno di poi.
Ecco forte come Masaniello
batte il pugno Francescello
che si mette in confusione
quando ruggisce Mariano Leone.

Taccion tutti per incanto
parla Cannistrà Santo
che nel Consiglio Comunale
insegna il metodo globale.

Ride forte Ricciardi, signore
con accanto suo compare
che contento tanto non pare
preferendo ai democristi
l’orbace dei fascisti.

Carnevale va in missione
tornerà alla prossima elezione
con tanti tanti milioni
per i poveri Minchioni

Nel 1962 fu eletto Sindaco Vincenzo Pavone che guidò il paese per quasi un trentennio. Il suo prestigio e il suo potere crebbero ben presto perché Pavone fu eletto deputato prima Assemblea regionale e poi al Parlamento  nazionale. Col tempo l’Amministrazione perse di vigore e progettualità, l’obiettivo primario divenne la conservazione del potere. Uno scaltro clientelismo e uno spregiudicato favoritismo divennero una pratica diffusa danneggiando il paese anche con la creazione di “disinvolti” modelli di comportamento

                              Scheda elettorale
La scheda elettorale nelle elezioni del 1985

 

Pavone fu sostituito nel 1990 da Vincenzo Galeano che era stato a lungo assessore nelle Amministrazioni precedenti. Egli vinse le elezioni capeggiando una lista civica che comprendeva i socialisti guidati dal medico Antonino Gullo, erede di una lunga tradizione politica. Tra i punti qualificanti del programma della sua compagine c’era la “più ampia informazione e partecipazione dei cittadini nel massimo della trasparenza”. Concetti ribaditi dal Sindaco all’atto del suo insediamento con queste parole: "La linea politica che vogliamo perseguire è fondata sulla democrazia, sulla partecipazione, sulla laboriosità sulla trasparenza e sull’onestà. […] I diritti dei cittadini non possono essere intesi come privilegi o come favoritismi personali”. Si desiderava in tal modo creare una svolta nella gestione della cosa pubblica.

Le amministrazioni democristiane furono molto attente e rispettose della Chiesa, delle manifestazioni religiose e della persona dell’Arciprete. Lo dimostra anche questa foto (postata su Facebook da Giuseppe Ardizzone Gullo) scattata in occasione della visita a Monforte del novello sacerdote Pietro Mario Marzo, fratello minore dell’arciprete di Monforte che  l’11 luglio 1965 era stato ordinato sacerdote. Marzo apparteneva alla “Compagnia di Gesù”. L’arciprete, orgoglioso del fratello di cui apprezzava la cultura e la spiritualità prese l’iniziativa di invitarlo ufficialmente a Monforte coinvolgendo anche l’amministrazione democristiana guidata da Vincenzo Pavone che assieme ai maggiorenti del paese ricevette ufficialmente l’ospite con tutti gli onori

Notabili democristiani

 

Nella foto accanto vediamo da sinistra Nino Costa, l'assessore Francesco Giordano, Mariano Sframeli (detto Ciaciru), il giovane avv. Nino Previte, il più votato nel consiglio comunale di allora, l’Assessore Mariano Leone, il Sindaco Vincenzo Pavone, l’imprenditore Nino Cavatoi, padre Mario Marzo, l’assessore Barbaro Giorgianni, il maresciallo dei carabinieri Carmelo Rao, il prof. Pasquale David con accanto il figlio Virgilio e l’assessore Nunziato Trovato. 


Il sindaco Pavone era spesso lontano dal paese ed il potere e i rapporti con gli elettori venivano gestiti dagli assessori Giordano e Leone che spesso entravano tra loro in rivalità. L’ultima parola spettava però all’onorevole.

Il potere nell’ambito dei lavori pubblici era nelle mani dell’imprenditore Nino Cavatoi. Alla ditta di quest’ultimo si deve il consolidamento dell’abitato di Pellegrino, che fu salvato dalle frane. Si devono a lui anche la costruzione della circonvallazione di Monforte che avrebbe dovuto proseguire fino a San Salvatore di Roccavaldina (l’incompiuta di Monforte) e la strada lungo il Niceto che porta a Bonerba.

 

 

 

 

 

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Elezioni a Monforte nel racconto di Lillina Recupero Maugeri

Possiamo renderci conto del clima delle elezioni comunali del 1946 leggendo il racconto "Epopea Elettorale" contenuto nel volume "Ballate siciliane", edito nel 1975 da Sicilia Nuova Editrice, Milazzo-Palermo.

Nella prefazione al libro lo storico Santi Correnti afferma che “in questi racconti c’è tutta la vita del paese, inteso come categoria mentale, e perciò dotato di una eterna vitalità". Ricordiamo che la Recupero Maugeri conosceva bene Monforte poiché vi si era rifugiata assieme ai figli nel 1943 come sfollata al sicuro dai bombardamenti che sconvolgevano Messina.

Le pagine di questo suo racconto  rievocano  la storica contrapposizione fra la Democrazia Cristiana e la coalizione avversaria, che nella narrazione sono chiamati “Il partito dei Crociferi” e la “Fronda d'ulivo con tre teste”.

 

EPOPEA ELETTORALE

La guerra agonizzò che l'aria rovente d'agosto era compressa da anticipazioni vaghe ed inquietanti. Da Monforte si guardava verso Messina inghiottita dal silenzio, dopo l'apocalisse dei bombardamenti; si scrutava la strada provinciale, corrosa dai cingoli tedeschi, diretti, prima con ordine e potenza, verso ovest, poi, in confuso e precipitoso disordine, e in numero poco apprezzabile, verso est.
Intorno al caffè di Baracchetta s'intrecciavano supposizioni e interrogativi d'ogni genere: -Sbarcano? - si chiedevano i monfortesi.

- Macché! I tedeschi, dove li metti?

- La radio inglese ha detto che ci sono di già tutti, gli americani con i negri, i francesi coi marocchini, gli inglesi con se stessi: almeno la smettessero con quel tamburo del malaugurio..."

I siciliani non subivano invasioni soltanto da qualche secolo e un'ammonitrice saggezza consigliò di nascondere i beni rimasti. Nello stesso tempo furono cremate divise fasciste, fiocchi, scudetti, bottoni.

In casa del medico don Giacomo Ciardello affluiva lo stato maggiore dei cervelli locali; alla sua esperienza facevano capo i dubbi che s'agitavano nelle coscienze dei più. Il suo campiere, don Tanu, un gigante biondo, riaffiorato certamente da geni normanni, diceva alla compagnia che gli stava intorno: - quando arriveranno li 'ngresi non potrò che dirgli benedicite!,tanto, a me - e rovesciava le tasche - questo possono prendere... Don Nicola, piuttosto - e si rivolgeva al potestà Cumino - sì che ha da temere, a causa dei fasci d'oro sul cheppì e sulle spalline...

- Villano disfattista - inveiva l'altro - ringrazia il tuo padrone se non mangi confino da colazione a cena...

. Don Giacomo Ciardello rigirava il suo torace massiccio sulla poltrona di vimini: - Silenzio vi ci vuole, e prudenza. Questo è il momento di pensare a ben altro.

Il marchesino Pontedoro sussultava nel triplo mento congesto: - Ma come si fa a non parlare, come si fa... se c'è la quiete che precede la tempesta! Li pensate i marocchini, don Giacomo? Chi ci difenderà se non c'è Re nè regno! Siamo nella mani di Dio... Voi, don Giacomo, che siete il nostro patriarca, consigliateci... consigliateci....

Marchesino - rispondeva il Dottore - non c'è miglior posto delle mani di Dio e, dato che vi ci trovate, il meglio da fare è d'acquietarvi...

Non trascorse molto che l'alba rivelò un primo plotone di americani che dormivano morbidamente sui sassi del sentiero. In men che non si pensi le porte furono sbarrate, le ragazze spinte in fretta e furia nei catoi, i magazzini. Ai balconi dei Pontedoro, visibili da ogni dove, furono sbandierate lenzuola in segno di resa, e si attese con trepidazione il chiarirsi degli eventi. Ma non accadde nulla, se si eccettua che, all'intimazione di consegnarli, fucili, pistole e armi d'ogni genere andarono a concimare le radici degli ulivi più grossi, e che si mangiò pane bianco, troppo bianco per essere pane.

Quella notte, dalle corazzate alleate, al largo di Milazzo, fu lanciato un vituperio di cannonate che, scavalcando i Peloritani, stridettero sui monfortesi, rannicchiati nei letti a pregare calorosamente il loro protettore San Giorgio, affinchè i vini gagliardi di Sicilia non facessero per caso degradare d'una sola linea la mira ai cannonieri.

Dopo di che, i liberatori non aggiunsero fastidi: avevano altro da pensare, mentre, arrampicandosi su per la penisola, perseguivano quelle teste dure, ma frangibili, dei tedeschi.

Quando la guerra cessò di infierire sulla Sicilia, come rondini al nido tornarono gli sbandati di tutte le armi: i talloni sanguinanti per il gran camminare, le nudità coperte a via di spilli e legami, ognuno con una storia di morte da raccontare.

Dimenticata ogni paura e ogni considerazione sulla fragilità del vivere, nei monfortesi si risvegliarono gli odi di famiglia, abilmente camuffati da beghe politiche. Anche loro, avendo cantato per più di vent'anni, sempre in coro, sempre lo stesso motivo, pensarono che era giunto il momento di tentare degli “a solo”. E la malattia politica esplose violenta alle elezioni comunali. L'elettorato si divise in una maggioranza detta dei Crociferi, e nell'opposizione, che si appostò dietro il contrassegno della “Fronda d'ulivo con tre frutti”. In mezzo fluttuarono gli indecisi, provenienti da tutte le nostalgie.

Al Rosario, piano che s'apre al respiro della valle, dove è dolce sostare la sera, l'avvocato Maggio così commentava, con altri, il momento politico: - Appare lampante che i più notevoli candidati sono, da una parte, don Giacomo Ciardello, coi Trombetta, i Maccherone, i Trifilò e con la sua più fedele clientela; dall'altra parte il buon Dio, molto umilmente rappresentato dal nipote di padre don Lucio, Ninetto Cardò; un simbolo, dietro al quale smaniano di legittime preoccupazioni, oltre al venerabile zio, l'arciprete Scuzzera, con la matura signorina Catina, presidentessa delle “Figlie di Maria”, e un folto contorno di sagrestani, fedeli, donnette dell'ora del Rosario e penitenti.

Ninetto Cardò tutto s'aspettava dal destino tranne che divenire un'insegna; ruolo non difficile, in verità, che non gli fu fatto pesare.- Non puoi perdere" - lo rincuorava il reverendo zio, - solo pochi folli hanno ardito porsi contro l'Eterno. Noi siamo con Lui e con la Santa Croce....

E già intorno a Ninetto Cardò una piccola folla s'andava tanto più infittendo quanto più si faceva strada la convinzione che il sindaco sarebbe stato lui, lui soltanto. E non pochi toccavano con mano la realizzazione di certi non manifesti progetti.

Non che il medico Ciardello avesse un men nutrito séguito: egli che accarezzava idee di sinistra, stava a cavallo di due mondi, separati da inconciliabili ed ancestrali rancori, per avere sposato donna Vannina, una “spillacchia” figlia di un signorotto.

Divìde et impéra: don Giacomo avrebbe potuto con salomonica saggezza imperare, se non l'avessero avversato gli inserimenti nocivi dei parenti e quello della moglie che, con una personale politica e col battito pretenzioso dei suoi fianchi, ritmava e condizionava i suoi propositi. E non si faceva illusioni: - Quelli hanno dalla loro tutti i Santi, accaparrati al completo - diceva riferendosi al partito dei Crociferi - e a me non restano che diavoli... Guardatela, donna Catina, la capomastra della confratenità: da sola può fare eleggere tutta una Camera...

La signorina Catina, colossale e compunta, col rosario e la veletta nera perennemente stretti sotto il braccio, in ogni ora del giorno pronta per le devozioni, catechizzava a fior di labbra i fedeli: -Donna Rò...o donna Rosa, non macchiatevi di disobbedienza al Signore, chè scomunicata vi fate!. - Poi sussurrava: - E' la gente del demonio, quella del dottore...guardate la moglie di Trombetta, scollacciata che è una tentazione: quella, il peccato ce l'ha nel più profondo...".

- Dove...dove?" chiedeva l'altra, incuriosita.

- Nel cuore... nel cuore...- rispondeva donna Catina - dove altro volete che stia il peccato? - E la lasciava incredula e perplessa.

Poi andava alla canonica per spiegare la dottrina: - Bambine, cantiamo Viva Gesù... Viva Gesù... Un momento, ditelo alle vostre mamme di votare per Gesù, numero dodici... -   e riprendeva la cantilena - Viva Gesù, Viva Gesù....

Di ritorno, passava dalle comari: - Sia lodato... comare Terè... Sia lodato... comare Nunziata... - e, abbassando la voce fino ad un soffio sul viso delle altre: - Pensate un po’ se quelli dell'ulivo, tutti nemici giurati di Dio, possano avere faccia di chiedere il voto a voi, che siete delle sante... Con chi si è messo don Giacomo? con un branco d'anime perse! E lui forse è sposato in chiesa con donna Vannina? E il brigante Portello, di chi era cugino? E la figlia di donna Tàlia Maccherone, di chi è figlia? Mia no, di certo... Deus misericordia, Deus misericordia...- e se ne andava portandosi dietro la sua potenza.

Il giuoco politico allignava come nuovo passatempo tra le donne, costrette da una domenica all'altra in un quadro di solite voci, di passi uguali, tra il malinconico acciottolìo dei muli che apre e chiude il giorno, per cui si può odiare anche il sospetto di rimanerci dentro per tutta la vita. Immerse nella lotta, rinsanguavano chiacchiere e malignità, sfogando, così, bili inghiottite da tempo.

Don Giacomo Ciardello si sentiva annegare nel suo stesso dubbioso elettorato, di fronte allo scoglio dei potenti rivali. Gente come i Maccarrone, i Trombetta e i Trifilò, lo sostenevano non tanto per convinzione, quanto per il piacere d'avversare i bigotti, loro nemici naturali, ritenuti detrattori e malelingue.

la casa di don Giacomo era divenuta un “riconco” di notizie. Il cuore del medico sussultava un po’ verso l'alto, un po’ verso terra, nel demoralizzante balletto che aveva come centro la sua persona.

- I Cavatòi girano verso i Crociferi....-

- Don Nino, il ferraro, è andato in parrocchia a confessarsi...".

La lotta rivelò toni drammatici, specialmente quando lo zelante arciprete giunse ad impedire che , pur con la punta della sua elegante scarpetta, donna Tàlia Maccherone entrasse in chiesa, a causa delle sue braccia nude fino al gomito. - Non adontatevi, signora Tàlia... - la consolava il Trombetta- pochi centimetri delle vostre braccia stuzzicano quanto tutta la Venere di Milo, e l'arciprete è così sensibile...- Ma Nenè e Checco Maccherone, per l'oltraggio subìto, imperversavano, minacciando carneficine.

Don Giacomo sentiva scivolarsi i voti tra le dita. - Le cabine dovranno pur parlare...- sospirava. - Abbiamo nemici, ma anche amici, di talloni di Achille, gli avversari non difettano...- E rievocava una faccenda riguardante una trazzera che lo zelo di alcuni amministratori aveva cementato con cura, come al passeggio di via Maqueda a Palermo. L'umido e il muschio avendo invischiato i muli, fino a farli stramazzare, erano nati l'irriducibile scontento dei loro proprietari e frequenti imprecazioni: - L'Immacolata Concezione ha da pensarci... Spillacchi mangiatori dei poveri! Si lisciano il terreno di sotto ai piedi, davanti alle loro case, e a noi il carico va a rompicollo! Ma, non potrebbero lucidarsi le corna... piuttosto?

Anche queste lamentele facevano da sostegno politico a don Giacomo. Peraltro, i comizi fluivano con generale soddisfazione e massima eleganza. Gli oratori si lanciavano, come palle da tennis, accuse e difese, discutevano problemi d'armoniosa e comoda convivenza, con prospettive di rinascita cittadina, costantemente declamando magagne di parte opposta, vere o inventate, ignote o palesi agli occhi degli esterrefatti ascoltatori.

La sera precedente le votazioni, i Crociferi vollero dare il colpo di grazia a quelli della Fronda, mettendoli di fronte al quadro di San Cono, che veniva a dargli una mano emigrando, per sentieri da conigli, da una parrocchia all'altra. Il sovrumano avversario, portato in trionfo da braccia robuste, avanzava suscitando, sulle pendici lontane dei monti, falò, preghiere, suoni di ciaramelle.

Nessuno avrebbe potuto travisare il divino messaggio, pensava l'arciprete, e sentiva alitare la vittoria sulla sua testa, e, se non fosse accaduto quanto accadde, l'avrebbe vista d'un sùbito appollaiata nella sua spalla.

Giunti ai limiti geografici della loro parrocchia, i portatori di Pellegrino si rifiutarono di consegnare il quadro a quelli di Monforte: loro, e soltanto loro, dovevano giungere in piazza tra i mortaretti e la musica.

La questione, sorta, come fungo malefico, là dove era avvenuto l'incontro tra canti d'alleluia, finì in una generale bastonatura, alla presenza della sacra Immagine scaricata frettolosamente al bordo della strada.

Per quanto i monfortesi avessero vinto la giostra, il loro apparire in piazza in un grumo d'abiti sbertucciati, d'occhi pesti e di crini selvosi, fece calare di colpo il livello dei voti al partito dei Crociferi. Né il brusio dei rosari, le campanelle suonate con lena, la babele dei venditori ambulanti, le avide bevute di gassose, poterono tamponare il salasso. Nonostante ciò, in casa del medico Ciardello, addizionati i malumori, e sottratte le defezioni, si dileguavano ad una ad una le ingannevoli speranze che precedono il trapasso.- Perderemo - , sospirava don Giacomo... - ma guardando in faccia il nemico fino all'ultimo.

L'indomani, senza premure, i monfortesi si recarono alle urne: per le strade un silenzio gravido d'interrogativi, incontri e saluti diplomatici, ognuno con la propria intenzione ben ferrata dentro lo stomaco.

La signorina Catina accompagnava, portandoli quasi di peso, vecchietti reperiti nei dimenticatoi, che rinverdivano in questo modo la loro presenza tra i vivi.

Alla sezione, i fedeli di Ciardello cernevano il grano dal loglio: Lorio il lungo, da scrutatore, scrutava veramente, attraverso gli spifferi della mal connessa cabina, e nulla gli era più manifesto degli altrui segreti. E li elencava a Checco Maccherone che porgeva le schede: - Questo sì, questo no...- , e il maggior numero era dei no.

Entrò la 'Nchiola, le guance infuocate sulle sei o sette collane, il seno esplodente nel piacere della rivalsa sulla pubblica condanna che le pesava sui fianchi. Guardò tutti con piglio spavaldo. - Io non faccio misteri... voto corona!- disse con arroganza.

Un vecchietto, scrutatore dei Crociferi: - Voi siete lo scandalo del paese...- le obiettò - e il Signore non lo vuole il vostro voto.

Una risataccia fu la risposta. Quando venne fuori dalla cabina, sbandierando la sua scheda, Lorio il lungo le disse: - Ma come,anche col “riuzzo” vi siete coricata? - e la guardò con compatimento, mentre quella se ne andava, sculettando rabbiosamente.

Poi l'ingresso fu occultato dall'imponenza di don Cosimo Fiore, maresciallo dei carabinieri a riposo, un riposo che durava quasi dal tempo di Umberto I. Era molto amico di don Giacomo e a lui devoto per il perenne conforto alla sua ormai malcerta salute. Gli aveva promesso il voto, ma era stato carabiniere del re, ed in tal veste aveva prestato solenne, anche se remoto, giuramento. Nell'uscire, il maresciallo fece un gesto d'intesa a don Lorio, come per una congiura; l'altro gli rispose con un amaro sorriso, sussurrando: - Che faccia di granito... anche lui si è coricato con sua maestà, non me lo leva di testa nessuno!.

I voti, in casa Ciardello, stillarono, finchè si spensero. A don Giacomo, un po’ per la fatica un po’ per la boccata di fiele, venne un gran galoppo di febbre; donna Vannina era agli attacchi nervosi, urlava maledicendo il prossimo vicino e lontano. Natàla, la serva, spremeva limoni per tutti, di tanto in tanto cambiando il fazzoletto umido alla fronte di don Giacomo.

In cima alla collina, per le vedette che aspettavano il segnale del “solfarolo”, dovendo dare il via ai fuochi per l'evviva, nello strano caso di una vittoria, ci fu un nulla di fatto. Intorno a don Giacomo, come per una veglia funebre, s'alternavano i Maccarone, i Trifilò e gli altri della Fronda d'ulivo con tre frutti. Finchè, dopo avere trangugiato il Gloria dell'arciprete, suonato a tutto trasporto di campane, e i colpi dei mortaretti in piazza, fu lasciato coi suoi pensieri.

Donna Vannina mugolava: - Non me lo aspettavo questo tradimento, ladri della mia pace!... Alla prossima influenza ci vedremo....

E giù limonate, a non finire."