Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina
di
Jolanda Insana

da
"il manifesto" (supplemento "Alias") del 20 dicembre 2008
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accurrìti accurrìti gente
me figghia me figghia
portate una scala
me figghia
’na scala ’na scala
pigghiate me figghia
accurrìti accurrìti
u focu u focu
sa mancia
viva
a fini du munnu
a fini da so vita
viniti curriti
’na scala
tièniti tièniti
figlia
scanto
scanto grande
e mascelle serrate
narici aperte per assecondare il respiro
strette le chiappe per darsi un contegno
molli le gambe nel sobbollimento
di terra e mare
e gli occhi aggrottati
nel boato
finita
è finita la vita
ma riprende a fiatare
disserra la bocca
si tocca la testa
con due dita si carezza le guance e trema
non sa cosa c’è dietro la porta
di lì è passata la morte
impazzirono
e avevano sete
e non avevano acqua
e nudi correvano
alle finestre senza vetri
al balcone franato
con gli occhi insanguinati
in pianto
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MESSINA
di
Jolanda Insana
Il testo qui pubblicato, “Messina”, tratto dall'inserto della "Gazzetta del Sud" CENTO ANNI, è stato gentilmente concesso dall’editore Giulio Perrone, presso il quale a gennaio uscirà l’opera in versi e prosa “Satura di cartuscelle”.
C'era e non c'è, c'è e non c'era, Messina, ariosa e luminosa città di case basse, un tempo, e di baracche russe e svizzere, nate dopo il terremoto e scampate ai bombardamenti; città di protonotari e pescestoccari, di gelatai e pasticcieri, di mercanti e intellettuali, di setaioli e tintori, orafi e argentieri, con le sue antiche muraglie scende dai valloni e dalle pendici dei verdi Peloritani a bagnarsi nello Stretto, che è striscia marina o lago, come appare nella Crocifissione di Anversa di Antonello, o fiume e letto dove si sposano i due mari, Tirreno e Jonio, e si azzuffano e schiumano per diversità di sale e di calore, creando vortici e correnti, bastardelli e reme morte, nella marea che monta e scende, mutando direzione ogni sei ore. La vista migliore dello Stretto si ha dall'alto e, senza pensare di prendere l'aereo per Reggio, si può andare sui Peloritani o sulla circonvallazione o in cima al Cimitero Monumentale, dove fino a vent'anni fa c'era un accumulo di macerie, per vedere che non c'è frattura tra terra e acqua, che senza soluzione di continuità lo Stretto è abitato.
Qui stavano le creature mostruose come Scilla e Cariddi a insidiare il passaggio, a scoraggiare l'avventura e l'esplorazione, a ricordare che nessuna comunicazione mai è stata facile al mondo e il viaggio è rischio mortale. E tuttavia di qui passarono, in cerca di terre e libertà, Calcidesi e Messeni, e si insediarono nell'insenatura, nella penisola di San Ranieri, e la città che i primi chiamarono Zancle (falce, in greco) perché il porto naturale aveva e ha la forma di una falce, i profughi Messeni la chiamarono Messana col nome dorico della patria perduta, ridotta in schiavitù dagli Spartani; e passarono cartaginesi (nel 396 distrussero la città) e mamertini, romani e bizantini, arabi e normanni, svevi e angioini, aragonesi e spagnoli, francesi e borboni, piemontesi e Garibaldi e truppe alleate, e...
Qui passò e passa di tutto, carichi di ossidiana diretti a Creta, manoscritti greci e balle di seta, arance e incensi, pannolini lines e frigoriferi; passano leggende e Fate Morgane, passarono Odisseo di Omero e Ciccina Circé di D'Arrigo, Vittorini e Cattafi; passano i cavi della corrente elettrica, e passerà il ponte per i treni, per i Tir, le macchine, i pedoni e i cavalli (sì, perché nei greti delle fiumare intorno a Messina prosperano corse e scommettitori); intanto passano traghetti di nome Caronte come il dantesco "Caron, dimonio con occhi di bragia", traghettatore di anime morte, con qualche brivido letterario per il forestiero che arriva a Villa, sulla costa calabra, per traghettare all'altra riva; e passavano costardelle: la passa a banchi fittissimi di questo pregiatissimo pesce azzurro, parente stretto dell'aguglia, che non si pesca altrove, non era soltanto ricchezza ed alimento, era anche bellezza e ornamento, e musica nell'urlo ritmato dei venditori con le ceste colme e luccicanti, posate sui marciapiedi, agli angoli delle strade; e passavano tonni e c'erano mattanze, lotte sanguinolente dentro le tonnare, mentre ora ne passano pochissimi, bloccati come sono dai radar in altri mari, in mare aperto, e il tonno delle scatolette ha il pallore della morte. Di qui, sorvolando lo Stretto, a migliaia passano in primavera, diretti al nord, falchi di palude e falchi pecchiaioli, albanelle minori, nibbi bruni e gheppi, ma non tutti arrivano al nord perché moltissimi, sull'una e sull'altra sponda, cadono sotto i colpi dei bracconieri e finiscono impagliati, nonostante i divieti e le protezioni. Le quaglie non passano più, non si vedono più nei campi di grano né tra i cordami e i pinnacoli delle navi, passeggere di basso e corto volo.
Il pescespada una volta si pescava soprattutto nello Stretto, e ancora oggi le tipiche barche, piccole in confronto all'altezza dell'albero di avvistamento, pazientemente sotto il sole scrutano il mare, lente scivolando come su un fiume, e popolano e colorano il paesaggio. A Messina, dove il sapore del pescespada pescato di fresco è diventato più che un ricordo un mito di cui a ogni stagione si torna a favoleggiare e a disputare, ci sono tanti modi di cucinarlo: "alla ghiotta", saporita salsa di cipolla capperi olive bianche in salamoia sedano e pomodoro; alla griglia e condito con "salmoriglio", preparato con acqua, olio, limone, origano, aglio, prezzemolo e sale; "a bagnomaria", che vuol dire al vapore; in padella con pezzi di pomodoro aglio prezzemolo e olio; a cotoletta, impanato e fritto; e come con la carne anche con il pescespada si preparano le braciolettine messinesi, cucinate alla griglia o alla ghiotta, che sono dei particolari involtini con mollica pecorino prezzemolo e aglio, e i pesciaioli di Messina sono maestri di taglio sopraffini, come i macellai che del girello fanno fettine sottilissime, al limite della trasparenza, per le braciolettine alla messinese, cotte e mangiate alla griglia in un attimo.
Specialità messinese è il pescestocco alla ghiotta, e a Messina si sa che "vento pescestocco e malanova non mancano mai"; rinomata per la "ghiotta" e frequentata dai portuali c'era l'osteria "don Nunzio" a San Petruzzo all'Opera, nelle vicinanze del Duomo, in faccia alla statua di don Giovanni d'Austria, nella piazzetta dei Catalani dove si affaccia la chiesa normanna dell'Annunziata dei Catalani, ma no che non si affaccia, perché è affossata rispetto al livello della strada, essendo una delle pochissime chiese sopravvissute tra le 96 distrutte dal terremoto del 1908, e sta quindi al livello anteterremoto, cresciuto per stratificazione di macerie detriti e rovine. Don Giovanni sta qui, perché qui raccolse nel 1571 la flotta cristiana contro i turchi e qui la ricondusse sana e salva dopo la vittoria di Lepanto, essendo il porto di Messina sicuro e potente. Ma il pescestocco si cucina in molti altri modi, in parte dimenticati: alla brace; bollito con patate e condito al piatto con limone olio sale pepe aglio e prezzemolo; in bianco con patate o senza, aglio e olive nere; sfogliato e sbriciolato in padella con pomodoro; oppure si mangia crudo in insalata con i pomodorini freschi e l'aglio e l'origano e la menta fresca e il prezzemolo e il peperoncino fresco e tanto olio, o a listelle intinte nel sale.
C'era la filanda Mellingoff e ora c'è il Museo Regionale con un ricco fondo archeologico, lignee sculture medioevali e una ricca quadreria in cui spicca la Madonna col Bambino di Antonello, la Resurrezione di Lazzaro di Caravaggio, per non dire di Goro di Gregorio, di Gagini, Montorsoli, Laurana, o di paliotti, stoffe pregiate, ceramiche, argenterie; c'era la peste, il colera e la spagnola, e ora c'è la cosca, lo scippo e il taglieggiamento; il tesoro del Duomo c'è ma non si vede, non è visibile; non c'è la grossa pietra lavica, squadrata e scalpellata, con cui erano lastricate le geometriche e rettilinee strade, e c'è l'asfalto: c'era e c'è per le strade fumo e profumo di "tiuni e virrine" (ventraglie e frattaglie) che cuociono all'aperto sulle griglie, e a mangiare ci sono soltanto i maschi; c'erano i venditori di ghiaccio e ci sono venditori di polveri col telefonino cellulare incollato all'orecchio; c'è, tra maggio e giugno, l'insinuante profumo di gardenie misto al salino, all'agro degli agrumi, al gelsomino; c'erano i centenari platani del viale S. Martino, e ci sono i centenari ficus benjamina di via Cannizzaro e di piazza Cairoli, lì dove resiste il chiosco liberty delle spremute di arance e di limoni (famosa la digestiva limonata al sale) e anche di granite; c'era la Fontana e il Lavatoio della seta, quando l'industria serica era fiorente e la seta un bene tanto prezioso che nel Seicento si poteva pagare non solo in moneta sonante ma anche in seta grezza, e il tintore che lavava la seta in acqua di mare era soggetto a multe salate, secondo i "Capitoli dell'arte della seta" (esiste nell'Archivio di Stato di Messina la pergamena dei capitoli del 1530 a firma di Carlo V), e ora c'è l'Acquario di villa Mazzini dove verdeggiano pluricentenari ficus dalle aeree radici che pendono dai rami fino al suolo; non ci sono i quattordici baluardi a difesa delle muraglie, e in abbandono è l'imponente Fortezza Gonzaga, forse il belvedere più bello della città; non ci sono le chiese e i monasteri che dopo la rivolta del 1674-78 gli spagnoli, temendo nuove rivolte, demolirono per costruire la Cittadella nel braccio di San Ranieri; c'era la chiesa dedicata al Volto Santo, come a Lucca, data la presenza di mercanti lucchesi a Messina, e crollò sotto i cannoneggiamenti del 1718; c'era la Palazzata, grandiosa successione di edifici barocchi, affacciati sul porto, distrutti dal terremoto del 1783, riedificati all'inizio dell'Ottocento, distrutti dal terremoto del 1894 e definitivamente ingoiati dal maremoto del 1908; all'imboccatura del porto, sulla punta della falce, c'è la colonna votiva con la statua della Madonnina Benedicente, patrona e scrivana, la Madonna della Lettera che secondo una millenaria tradizione scrisse di suo pugno una lettera ai cittadini, tanto che anche nei momenti di grande crisi economica, come nel 1742, le feste in suo onore non mancarono mai di essere ricche e sontuose, perché Messina era città di fiere e feste, di devozione e sfarzo, e la smania di lusso e di grandezza era tanta e tale che si ricorreva alle leggi suntuarie contro gli eccessi di spesa; ed era anche città di privilegi e monopoli, e dunque di intrallazzi e contrabbandi: contrabbando di broccati damaschi velluti e drappi di seta oro e argento, nel Settecento, e di sale fino all'altro ieri; grandiosa per lo sforzo umano di trascinare la Vara sotto la calura di mezzagosto è oggi la festa dell'Assunzione...
Messina, città di terremoti, città terremotata, città trepidante, per timore di crollare, di finire a mare, di finire mare, tant'è che la parola più frequente sulla bocca della gente è "scantu", cioè, "spavento", cui si contrappone "bella scialata", e cioè il piacere di tutti i sensi, il piacere di essere e respirare; e del resto, pensando alla vista al gusto e all'olfatto, non c'è dubbio che si tratti di tre sensi particolarmente potenziati nell'eccesso di colori odori e sapori, e il goloso, anche se è daltonico e non gli piace l'odore della zagara, trova facilmente il suo paradiso dolce tra babà cassate cannoli pignolate sospiri cotognate paste di mandorla sorbetti granite gelati, e il paradiso salato nel trionfo di sarde a beccafico, di cipollate di tonno, sciabbachello, caponate di carciofi o melanzane, ecc. Tante volte distrutta e sventrata (e quel che non poté il terremoto del 28 dicembre 1908, lo fecero i bombardamenti a tappeto) e altrettante rinata, Messina ha elaborato un particolarissimo gusto per l'eclettismo, l'ibridismo, come si vede dalle facciate delle case anteguerra, miracolosamente sopravvissute alle bombe agli incendi e alla ricostruzione.
I messinesi, soprannominati 'Buddaci' come il pesce dello Stretto che sta con la bocca aperta, cominciano un discorso e lo girano in lungo e in largo, come per inconcludenza, ma il fatto è che temono di essere zittiti dai boati e dagli scoppi della terra, quando la voce si strozza in gola e nessuno fiata, finché non finisce il silenzio di uomini e bestie, e scoprono che il terremoto gli è passato sulla testa e sotto i piedi, e pallidi riprendono fiato e hanno la voce che trema, e soltanto allora urlano e pregano e imprecano, ringraziano i santi o li bestemmiano, e il sonno non è più lo stesso, la sensazione del sangue che si ghiaccia nelle vene è incancellabile, e anche quando l'abitudine a vivere in mezzo a tali sconvolgimenti sembra saldamente radicata, è vero che non è così, perché la morte è sempre presente e sono i morti, anzi i "morticeddi", che a novembre portano (portavano) regali ai bambini, e insieme ai giocattoli, quando c'erano, lasciavano biscotti durissimi in forma di tibie crani scheletri, ossi di morto, appunto. Babbo Natale non aveva dimora in questa città, porta mobile del continente, e non c'era Befana. "Babba" (una volta), allegra con un fondo tenebroso, mercantile e ottimista, Messina, priva d'acqua com'è, nel marmo della Fontana Orione di Montorsoli immortalava il torrente Camaro accanto ai fiumi del mondo, al Tevere al Nilo e all'Ebro...